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Citofonare Interno 7 – sabato 17 settembre ore 19,30, Via di Porta Maggiore 71 – Roma

 
CITOFONARE INTERNO 7
SABATO 17 SETTEMBRE ORE 19,30
VIA DI PORTA MAGGIORE 71 – ROMA

Un nuovo appuntamento che porta, nel clima conviviale di un salotto, la lettura di alcuni passi di libri inediti e uno spettacolo musicale live. Con Citofonare interno 7 l’aperitivo si fa a casa e l’intimità domestica si trasforma in condivisione culturale.
… Citofonare Interno 7è un vero e proprio reading-mob che mobilita la cultura e la offre a domicilio. Il format è stato ripreso diverse volte a Roma,proponendo reading di testi inediti di scrittori con intermezzi di musica d’autore, in un’abitazione messa a disposizione della collettività. Dopo il successo dell’appuntamento di giugno, gli organizzatori (Girolamo Grammatico, Rossano Astremo e Cristiano Peluso) accolgono nuovamente i propri ospiti in un’accogliente terrazza in Via di Porta Maggiore 71, a Roma.
Al fianco della letteratura e della buona musica, l’evento si fa portavoce di integrazione e solidarietà: Citofonare Interno 7 sarà, infatti, l’occasione per presentare l’attività di Shoot 4 Change, organizzazione nonprofit che si occupa di realizzare campagne fotografiche per documentare realtà che spesso sono dimenticate o taciute dai media mainstream.

Saranno presenti, tra gli altri:

Reading
Vins Gallico ha pubblicato “Portami rispetto” (Rizzoli, 2010)
Francesco Pacifico ha pubblicato “Il caso Vittorio” (minimum fax, 2003) e “Storia della purezza” (Mondadori, 2010)
Carola Susani ha pubblicato, tra le altre cose, “Pecore vive” (minimum fax, 2006), “L’infanzia è un terremoto” (Laterza, 2008) e Mamma no mamma(Feltrinelli, 2009) – con Elena Stancanelli –
Chiara Valerio ha pubblicato, tra le altre cose, “Ognuno sta solo” (Giulio Perrone Editore, 2007), “La gioia piccola d’essere quasi salvi” (Nottetempo, 2009) e “Spiaggia libera tutti” (Laterza, 2010)

Musica
Hellosocrate: Il gruppo composto da Gabriele Chiani, Alessandro Dimito, Danilo Di Gennaro, Tiziano Leonardi, Riccardo Pasquarella e Donato Russo. Si forma a Civitavecchia nel 2007. Del 2010 è il loro primo album, “Un forte giramento di testa”.

L’ingresso all’evento e il buffet sono liberi, con una sottoscrizione facoltativa per finanziare le attività dell’Associazione di promozione sociale La casa di cartone.
http://citofonareinterno7.wordpress.com/


Citofonare Interno 7: I libri li vendiamo “ombrellone a ombrellone”

Citofonare Interno 7: I libri li vendiamo “ombrellone a ombrellone”

Si parla spesso di letture sotto l’ombrellone, di libri idonei per affrontare i giorni di vacanza estivi da trascorrere in assoluto relax prima di un nuovo anno di duro lavoro.

Citofonare Interno 7, la piccola casa editrice romana, nata nel 2011, ha da poco pubblicato la sua prima guida emozionale, “Tropea e dintorni dalla A alla Z”, scritto da Maria Carrano, un viaggio autobiografico attraverso la Costa degli Dei, ricco di consigli su luoghi da visitare, su aneddoti del posti e su come divertirsi.

Un libro perfetto per chi trascorrerà le proprie vacanze a Tropea e posti limitrofi.

Ad agosto Citofonare Interno 7 invaderà pacificamente le spiagge della zona per promuovere e distribuire il suo nuovo libro.

Una vendita “ombrellone a ombrellone”, un modo per bypassare le consuete logiche distributive del libro che molto spesso vanificano il lavoro dei piccoli editori a vantaggio di poche grandi forze che dominano il mercato.

Dopo aver portato, a partire dal maggio del 2008, nelle case degli italiani decine di giovani scrittori a leggere pagine inedite dei loro lavori, Citofonare Interno 7, con il nuovo progetto editoriale che affianca l’omonimo evento letterario domestico, si pone il piccolo obiettivo di scombinare le carte, di cercare strategie promozionali, distributive e di vendita alternative rispetto ai meccanismi standard che regolano la vita di un libro.

Sono necessarie nuove regole affinché il gioco tra le parti – tra la piccola e la grande editoria – sia quanto meno squilibrato possibile.

In attesa che qualcosa si muova al riguardo, i piccoli editori non possono stare a guardare o si rischia di essere schiacciati.

Per il momento, ad agosto ci si vede in spiaggia.

L’editore

Rossano Astremo

citofonareinterno7.wordpress.com

rossanoastremo@libero.it

3475206564


“Tropea e dintorni dalla A alla Z” di Maria Carrano, la prima guida emozionale targata Citofonare Interno 7

 

Maria Carrano

Tropea e dintorni dalla A alla Z (Citofonare Interno 7)

112 pp.

12 euro

Avendola tra le mani non vi aspettate segnalazioni di hotel e ristoranti, o perlomeno non aspettatevi solo questo.Visitare un posto è innanzitutto respirarne le storie, le persone e le cose ad esso legate. Per questa ragione l’autrice intreccia in un fitto e variegato arazzo, le vicende dei luoghi, le tradizioni, la cultura, i sapori e gli odori con aneddoti, ricordi personali e leggende.

Averla in tasca non significa avere semplicemente con se un elenco di cose da fare e di posti da visitare Significa piuttosto appropriarsi di un’esperienza personale, delle conoscenza di un luogo attraverso la vita vissuta, i giorni trascorsi, le voci ascoltate.

“Tropea e dintorni dalla A alla Z” è un compendio unico ed imperdibile per chi vuole conoscere un luogo d’incredibile bellezza come la Costa degli Dei o per chi già lo conosce e semplicemente vuole osservarlo da un altro punto di vista.

Come acquistarla?

Nelle librerie e nelle edicole dei paesi della Costa degli Dei

oppure:

http://www.unilibro.it/find_buy/findresult/libreria/prodotto-libro/autore-maria_carrano_.htm

http://www.ibs.it/code/9788890582011/carrano-maria/tropea-dintorni-dalla.html

http://www.amazon.it/dp/8890582014/ref=asc_df_88905820143661751/?tag=pagineprezzi-21&creative=23390&creativeASIN=8890582014&linkCode=asn


Citofonare Interno 7, il reading più cool d’Italia torna a Roma: sabato 18 giugno ore 19

 

Un nuovo appuntamento che porta, nelclima conviviale di un salotto, la lettura di alcuni passi di libri inediti e uno spettacolo musicale live. Con Citofonare interno 7 l’aperitivo si fa a casa e l’intimità domestica si trasforma in condivisione culturale.

Citofonare Interno 7è un vero e proprio reading-mobche mobilita la cultura e la offre a domicilio. Il format è stato ripreso diverse volte a Roma,proponendo reading di testi inediti di scrittori con intermezzi di musica d’autore, in un’abitazione messa a disposizione della collettività. Dopo il successo delle passate edizioni, questa volta gli organizzatori (Girolamo Grammatico, Rossano Astremo e Cristiano Peluso)accolgono i propri ospiti in un appartamento di Via di Porta Maggiore 71, a Roma.

Al fianco della letteratura e della buona musica, l’evento si fa portavoce di integrazione e solidarietà: Citofonare Interno 7sarà, infatti, l’occasione per presentare l’attività dell’Associazione Libellula, che si prefigge l’obiettivo di affrontare le problematiche sociali, psicologiche, sanitarie e occupazionali legate al transessualismo e transgenderismo nella società moderna. L’associazione è pacifista, ecologista, antirazzista, antitotalitaria e libertaria.

 

Saranno presenti, tra gli altri:

Reading

Antonella Lattanzi: ha pubblicato il romanzo “Devozione” (Einaudi, 2010) .

Francesca Bertuzzi: ha pubblicato il romanzo “Il Carnefice” (Newton Compton, 2011)

Emilia Zazza: ha pubblicato il romanzo “Si sta facendo notte” (Italic peQuod, 2011)

Angelo Mastandrea: ha pubblicato “Il trombettiere di Custer” (Ediesse, 2010).

Devor De Pascalis: ha pubblicato “Spigoli” (Caravan Edizioni, 2010).

Musica

Pootsie: il gruppo nasce nel 2005 dal desiderio di un gruppo di amici, inseparabili nella vita e nella musica. Si definiscono una “ band indiepop poco seria – più per indole che per scelta – a metà tra Rino Gaetano e Mino Reitano”

L’ingresso all’evento e il buffet sono liberi, con una sottoscrizione facoltativa per finanziare le attività dell’Associazione di promozione sociale La casa di cartone.


Citofonare Interno 7, il reading domestico più cool d’Italia, sbarca a Torino: giovedì 12 maggio, ore 19,30

CITOFONARE INTERNO 7

Giovedì 12 maggio ore 19,30

Via Massena 91, Torino

Un nuovo appuntamento che porta, nel clima conviviale di un salotto, la lettura di alcuni passi di libri inediti e uno spettacolo musicale live. Con Citofonare interno 7 l’aperitivo si fa a casa e l’intimità domestica si trasforma in condivisione culturale.
Citofonare Interno 7 è un vero e proprio reading-mob che mobilita la cultura e la offre a domicilio. Il format è stato ripreso diverse volte a Roma e Milano e per la prima volta giunge a Torino, in concomitanza con l’annuale appuntamento del Salone del Libro, proponendo reading di testi inediti di scrittori con intermezzi di musica d’autore, in un’abitazione messa a disposizione della collettività. Dopo il successo delle passate edizioni, questa volta gli organizzatori (Girolamo Grammatico, Rossano Astremo e Cristiano Peluso) accolgono i propri ospiti in un appartamento di via Massena 91. L’evento torinese è organizzato in collaborazione con Con.testi, agenzia di comunicazione e creazione di eventi culturali, attiva dal 2002.

Ecco gli scrittori della serata:

Ernesto Aloia: Nel 2003 ha pubblicato Chi si ricorda di Peter Szoke? Nel 2006 ha raddoppiato con Sacra Fame dell’Oro. Entrambe le raccolte sono state pubblicate da minimum fax. Poi è passato al romanzo: nell’aprile 2007 è uscito per Rizzoli I compagni del fuoco. Il suo nuovo romanzo, Paesaggio con Incendio, è uscito sempre per minimum fax agli inizi del 2011.

Barbara Di Gregorio: Ha pubblicato racconti su “Nuovi Argomenti”, “Eleanore Rigby” e nell’antologia Voi siete qui (minimum fax, 2007). Le giostre sono per gli scemi, pubblicato nel 2011 da Rizzoli, è il suo primo romanzo.

Demetrio Paolin: Ha pubblicato i libri Il pasto grigio (Untitled Editori), Una tragedia negata (Vibrisselibri/Il Maestrale). Per Transeuropa ha pubblicato Il mio nome è legione e La seconda persona.

Gianluigi Ricuperati: Nel 2006 ha pubblicato Fucked Up per Bur RCS e ha curato, insieme a Marco Belpoliti, la prima monografia mai dedicata al disegnatore Saul Steinberg. Nel 2007 Bollati Boringhieri ha pubblicato Viet Now – la memoria è vuota. Ha scritto un testo pubblicato ne Il corpo e il sangue d’Italia. Nel 2009 è uscito La tua vita in 30 comode rate (Laterza). Nel 2011 è uscito il suo romanzo Il mio impero è nell’aria (minimum fax).

Musica

Ad esibirsi per il primo appuntamento torinese di Citofonare Interno 7 ci sarà il cantautore Mezzafemmina. Dopo una lunga militanza come voce e autore dei Melanie Efrem ecco Mezzafemmina, il nuovo progetto solista di Gianluca Conte. È da poco uscito il suo primo lavoro “Storie a bassa audience”, registrato nei mesi di febbraio-aprile e settembre-ottobre dello scorso anno al Garage Ermetico, con la produzione artistica di Gigi Giancursi e Cristiano Lo Mele dei Perturbazione.

Citofonare Interno 7

www. citofonareinterno7.wordpress.com


Con.testi

http://www.contesti.it


Piccolo concorso “La letteratura non conta niente”: terzo racconto selezionato

 

BENEDETTI CRUCCHI

di Angelo Santoro

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“… Ed è quindine con grandene onorene che quandone mi hanno telefonatone per chiedermi di parteciparene a questa presentazionene… chene mi sono sentitone in doverene di esserene qui presentene quest’oggine alla presentazione di questone grandene scrittorene…”.

L’assessore Lanzafame, strizzato in un completo di lino blu troppo stretto, ha preso la parola per primo. È balzato sull’attenti, ha ingollato un’intera bottiglietta d’acqua gassata e, dopo una lunga pausa teatrale, ha iniziato a parlare gesticolando, con quelle sue manacce da tricheco, come se stesse annaspando nell’aria calda di questo torrido pomeriggio di metà luglio.

“… ma noi siamone quine per il libro… questo libro… che racchiudene una poesia meravigliosane, una descrizionene della nostra bellane cittadinane, dei nostri splendidine monumentine, del nostro marene…”.

Anche se sono già le sette di sera, la sala del teatro comunale è un incandescente forno a microonde posto nel bel mezzo del centro storico, a metà strada tra il ponte umbertino e le panchine del porto, corrose e arrugginite dalla salsedine del mar Ionio. Un grosso forno acceso dai primi raggi del sole mattutino, lucidato a nuovo e che puzza pure di ammoniaca. Il pulpito dal quale si agita l’assessore si trova sul lato destro del palco, accanto a un lungo tavolone su cui sono distribuiti a casaccio microfoni e bottigliette d’acqua nella stessa quantità. Il velluto del sipario, le rifiniture barocche dei palchetti e le poltrone, nuove di zecca, brillano di luce propria e il grosso lampadario di cristallo, che scende minaccioso dal soffitto, sembra pronto a lanciare sulla platea i suoi dardi puntuti. Sul fondo, disperso dietro l’orizzonte di colonne e tendaggi, s’intravede il foyer deserto. Di Barbara nemmeno l’ombra.

“Giuseppe… Giuseppene… da quant’ène ormai che ci conosciamone?”, l’assessore si gira di tre quarti, cercando lo sguardo dello scrittore che continua a fissare un punto indefinito in fondo alla sala. “Tu erine piccolo… piccolo così…”, i suoi gesti ampi si ammorbidiscono adesso, mentre tenta di descrivere quanto fosse alto il bimbo Giuseppe quando, anni addietro, ancora uno scricciolo – sembra di vederlo con i suoi calzoncini corti, gli occhiali spessi e il gelato sgocciolante in mano – aveva fatto la sua comparsa nella villa estiva della famiglia Lanzafame. Poi, come un novello Cicerone, getta uno sguardo più deciso alla platea ricominciando ad agitare le mani all’altezza delle spalle. “… e tuo padrene… tuo padrene Alfio, chene…”.

Il ragioniere Alfio Mollica, vecchio conoscente dell’assessore, è seduto in prima fila con la sua famiglia: la moglie Angelina e il figlio più grande, Salvatore, con tanto di consorte e marmocchi al seguito. Tutt’intorno a loro la desolazione, poltrone linde e vergini che non hanno ancora visto un fondoschiena da quando due settimane fa – dopo quarantacinque anni di ristrutturazione – il comune ha riaperto lo storico teatro cittadino. Il ragioniere Alfio raccoglie lo sguardo dell’assessore e ha gli occhi lucidi come se il figlio Giuseppe si trovasse sul palco per ricevere il premio Nobel per la Letteratura o un assegno milionario direttamente dalle mani di Gerry Scotti. I suoi nipotini, del tutto incuranti della temperatura da ebollizione raggiunta in sala, stanno già marcando il territorio correndo all’impazzata su e giù per il corridoio centrale, spiluccando senza alcun ritegno i dolcetti del buffet, salendo e scendendo dal palco come in preda alle convulsioni. L’assessore Lanzafame è costretto a urlare ancora più forte per coprire il frastuono rimbombante dei due bambini. Ma badate, lo strascichio che sentite nelle sue parole non è dovuto all’eco prodotta dall’ampia sala vuota, quanto piuttosto a un suo difetto di pronuncia che si porta dietro ormai da quand’era piccolo così.

“… ma forsene io mi sto dilugandone un poco troppone e quindine è con grandene onorene che lascio la parolane ai miei colleghine sedutine qui al mio fiàncone…”.

L’assessore lascia cadere le braccia lungo i fianchi e si affloscia esausto come un sufflè riuscito male. Poi estrae il microfono dall’asta, per porgerlo agli altri relatori, senza rendersi conto che la professoressa Nicotra ha già in mano il suo e sta scalpitando per prendere la parola.

“Volevo innanzitutto ringraziare la casa editrice, la Amleto Edizioni, per avermi contattata…”. La voce da cardellino della prof. sparisce sommersa dal fischio straziante delle casse mentre l’assessore si esibisce in una breve e inutile colluttazione con il microfono, nel tentativo di rimetterlo sull’asta, per poi appoggiarlo rassegnato sul panno verde del tavolo, regalandoci un ultimo molesto tonfo metallico. L’imperturbabile scrittore Giuseppe Mollica continua sempre a guardare un punto imprecisato in fondo alla platea, senza un apparente motivo, come se gli fosse apparsa la Madonna.

Le sette e venti, e Barbara non è ancora arrivata. La professoressa nel frattempo tiene l’esiguo pubblico incollato alla sedia parlando dei giovani componimenti dell’allievo Mollica quando, nella sua classe, seduto al primo banco – sembra di vederlo con le sue camicie abbottonate fino al collo, i maglioni sbrindellati, il volto sfigurato dall’acne giovanile sotto un paio di occhiali sempre più spessi – partecipava attivamente alle lezioni facendo mostra della sua spiccata intelligenza e della sua passione per le sudate carte del Leopardi.

Ogni tanto, tra un aneddoto e l’altro, la prof. butta là, a suo buon cuore, qualche ragguaglio sulla trama del romanzo: “La storia di una famiglia, una nobile famiglia siciliana, con le sue contraddizioni e i suoi intrighi, che richiama alla mente, in certo qual modo, le atmosfere e le ambientazioni del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa o di…”.

La prof. fa sfoggio di tutto il suo repertorio, fatto di reminiscenze scolastiche e letture giovanili, risalenti certamente al primo dopoguerra, a conferma del fatto che la maggior parte del ‘900 letterario italiano non è mai giunto nella soleggiata Trinacria; come se i vari Calvino, Pavese e Pasolini, pallidi e con i loro tomi sottobraccio, non avessero avuto in tasca neanche un obolo per imbarcarsi sul traghetto che dalla Calabria porta a Messina.

“… Ma si tratta anche di un romanzo storico. Ebbene sì. Romanzo storico che, con accuratezza, analizza le vicende storiche della nostra città e del nostro paese intero, in un momento tra l’altro cruciale qual è stato quello degli anni dei moti risorgimentali e dell’unità nazionale tutta… ”.

In poco più di due minuti ha già terminato il suo resoconto, con la stessa velocità con cui, prima di andare in pensione, dopo più di quarant’anni di onorata carriera, analizzava i compiti dei suoi alunni in cerca di magagne e orrori della lingua italiana da cerchiare con frenetica soddisfazione con la matita rossa e blu. Poi, fiera della sua interpretazione, si rivolge allo scrittore:

“C’è solo una cosa che volevo chiedere all’autore… non parlerei proprio di un errore, ma certamente, ecco… di una leggerezza, un’imperfezione che rende la storia non del tutto filologicamente corretta… Ecco… Mi chiedevo, caro Giuseppe, perché i vampiri?”.

Quello di Giuseppe Mollica è sì, come dice la prof., un romanzo storico ambientato nella Sicilia risorgimentale della metà dell’800 ma, in realtà, racconta le vicende di una famiglia di vampiri che abitano il castello del centro storico. L’idea dei vampiri è stata cucinata, mangiata e digerita, è proprio il caso di dirlo, dall’editore in persona, sua maestà ‘Amleto Edizioni’, più di un anno addietro, durante una cena a base di molluschi e pesce spada al ristorante ‘Lo scoglio. Da Mimmo e Concetta’. Forse in preda a crampi intestinali dovuti all’abbuffata di mitili, l’editore aveva pensato bene di fondere insieme l’anniversario dei 150 anni dell’Unità d’Italia e la moda dei best seller in stile Twilight per confezionare un soggetto che gli era sembrato subito esplosivo e la mattina dopo, una domenica d’aprile, aveva pensato, senza neanche un attimo di esitazione, di affidarlo al suo scrittore di punta, Giuseppe Mollica. Durante una telegrafica ed ermetica telefonata fatta di frasi a effetto, parole smozzicate e sonori rutti post-sbornia gli aveva promesso che dopo questa fatica letteraria avrebbe finalmente pubblicato il suo manoscritto di una vita: un romanzo-inchiesta sulle corruzioni e i veleni legati al polo petrolchimico sorto negli anni Cinquanta sulla costa alle porte della città. Ed è proprio di questo che sta parlando adesso, paonazzo in volto, l’autore Mollica, risvegliatosi dalla catalessi che, fino a qualche secondo fa, lo aveva costretto a un mutismo rassegnato e consapevole:

“… Perché lo so che è difficile immaginare un vampiro di… come posso dire… un vampiro di mare… sì, di mare, ecco… Però anche qua, in questa ridente cittadina, ci stanno i vampiri, che si crede… chi ha inquinato la nostra meravigliosa costa se non i vampiri? C’erano nell’800 e ci sono stati anche negli anni Cinquanta, quando hanno costruito il petrolchimico… loro sono stati, i vampiri… e il problema è che in giro ce ne stanno ancora troppi di vampiri… con le loro giacche, le loro cravatte… con le macchine blu, i loro timbri, le loro leggi… anche l’assessore qui… anche lui ne avrà conosciuto qualcuno, no? Magari ci lavora fianco a fianco e non lo sa…”.

L’assessore Lanzafame, adesso, ha il volto blu come il suo completo e sbattendo il pugno sul tavolo sta tentando di contrastare la voce dello scrittore: “Ma cosane stai dicendone Giuseppene… io sono allibitone… mi si vuole farene passarene per un vampìrone… a me… ma non diciamone fesseriene, non è questo il luògone… ”.

Cercate di comprendere. Lo scrittore, Giuseppe Mollica, non ha tutti i torti: è che il ragazzo si è fatto prendere un po’ troppo dall’entusiasmo. Non è certo questo il luògone. C’ha visto nero e il problema è che adesso non ha alcuna intenzione di placarsi. Il padre nel frattempo, pietrificato dalla figura barbina che sta facendo con il suo amico assessore, ha già strabuzzato gli occhi un paio di volte, spostandoli a destra e a sinistra senza sapere più dove indirizzarli. I due marmocchi, per lo spavento, hanno pure smesso di saltellare sotto il palco e adesso hanno certe facce da angioletti pronti a cedere alla lacrimuccia.

Giuseppe Mollica incalza l’assessore, sempre più turbato. I due sono talmente vicini e agitano così tanto le mani che da lontano potrebbe sembrare stiano giocando davanti a un invisibile tavolo da calcio balilla: “… E secondo lei quale dovrebbe essere il luogo in cui parlarne… sentiamo… al circo, allo stadio… o non sarebbe forse meglio parlarne qui davanti a tutti?”, e indica con un ampio gesto del braccio la fila di sedie vuote davanti a sé. “Non vi fa comodo, vero?”. Si alza in piedi e, nonostante sia lontano dal microfono, la sua voce rimbomba sempre più forte: “Diciamola la verità, diciamola, questa benedettissima verità… ”.

La professoressa Nicotra, rimasta fino ad allora seduta composta, sbotta in un rimprovero tanto improvviso quanto violento: “Mollica! Rimettiti seduto… Sei andato fuori tema… Sei sempre stato una testa calda, tu, Mollica…”.

A volte nella vita ci sono momenti in cui si ritiene più opportuno battere in ritirata. O forse, scossi da una reazione inaspettata, ci si guarda come dall’esterno, per un istante, e si comprende che si è superato il limite. O, ipotesi più probabile, è stato il rimprovero della prof., duro e perentorio come un tempo, che ha fatto rinsavire il buon Giuseppe e lo ha persuaso a sedersi, rivolgendo un timido cenno del capo alla sua amata insegnante: “Mi scusi”.

“Perché non continui a parlarci del tuo romanzo”, aggiunge la prof. ritornando a parlare con la sua voce da cardellino “… che c’è tanto piaciuto… C’è qui pure questo giovine che non ha ancora parlato… sentiamo insieme cosa ha da dire…”.

Proprio accanto alla professoressa si trova seduto, sin dall’inizio della presentazione, un ragazzo a cui finora nessuno aveva minimamente badato, e che ha tutta l’aria di chi si è trovato a passare da qui per caso. Lo sguardo imperturbabile, come se non avesse assistito alla tempesta di poco prima e fosse stato teletrasportato sulla sua sedia solo adesso. La sua voce profonda e seria stona con i capelli arruffati e l’abbigliamento più casuale che casual: “Noi del blog Maghi e Draghi abbiamo trovato il romanzo molto interessante”, parla al plurale come se gli altri del blog fossero presenti o forse, cosa ben più probabile, ha soltanto seri problemi d’identità. “… E siamo qui perché ci ha colpito molto questa nuova schiera di vampiri introdotta nella vicenda raccontata dallo scrittore. Mi riferisco naturalmente ai vampiri col cilindro e a quelli con la coppola”. E a questo punto tira fuori da una cartella due fogli da disegno. In uno c’è il ritratto di un vampiro col cilindro, vestito di tutto punto, con tanto di frac e mantello; nell’altro si riconosce invece la sagoma di un vampiro popolano, con indosso coppola siciliana, gilet, pantaloni a sbuffo e lupara a tracolla. Mentre tutti i presenti sono concentrati ad analizzare le differenze iconografiche tra i due vampiri, i miei occhi sono tutti per Barbara, che finalmente fa il suo ingresso dal fondo del teatro.

“Prego, venite da questa parte”, Barbara si rivolge a un gruppo di persone che, in fila per due, sta attraversando il foyer. Finalmente è arrivata la cavalleria. Li conto a uno a uno mentre i miei neuroni danzano in circolo sulle note della Cavalcata delle Valchirie. Lo sapevo che avrebbe fatto il possibile per salvarmi la faccia anche questa volta. In fondo per lei non è una gran fatica: si tratta solo di una piccola deviazione sul percorso, una tappa a sorpresa tra la visita al museo e la passeggiata sul lungomare. La comitiva, un folto gruppetto di turisti sulla sessantina, tutti in calzoncini corti, gilet da pescatore stracolmo di tasche, marsupi e berretti tutti uguali con sopra il marchio dell’agenzia di viaggio, non ha niente di diverso dalle altre che ho visto sfilare in occasioni precedenti. Spero solo che non siano spilorci come quelli dell’ultima volta e che acquistino almeno qualche libro in più. Ma nonostante i disperati tentativi di Barbara di indirizzare i nuovi arrivati verso le poltrone delle ultime file, quelli sembrano più attratti dal ricco buffet e dagli affreschi ottocenteschi del teatro, ignorando completamente ciò che avviene sul palco. Tra un flash e l’altro, sparato dalle loro micidiali macchinette fotografiche, mi sembra di intuire un idioma non esattamente familiare: “Komm her, Karl”, sta urlando un donnone al suo probabile marito che invece di approfittare del rinfresco si attarda a scattare foto alla porta della toilette in stile liberty. Crucchi. Benedetti crucchi. Incrocio lo sguardo di Barbara che, come per scusarsi, allarga le braccia impotente.

Nel frattempo il tizio del blog sembra avviarsi alla conclusione del suo tutt’altro che imperdibile intervento e, giratosi dalla mia parte, dice: “… Non so se l’ufficio stampa della casa editrice vuole aggiungere qualcosa…”.

Scusate, adesso tocca a me. Afferro il microfono e butto fuori un profondo e liberatorio sospiro di sollievo, certo che quello che sto per dire non avrà, come al solito, nessuna conseguenza: “Ci sono domande?”.


Piccolo concorso “La letteratura non conta niente”: secondo racconto selezionato

QUANDO IL TUO CAPOCANNONIERE è UN IMBOSCATO
No, perchè poi io glielo avevo anche detto che il 21 è una data che mi porta sfiga.
di Maria Carrano

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Io ci penso spesso alla felicità.
Non è un pensiero preciso del genere ‘se avessi questo o facessi quello’, ma è piuttosto un anelito indefinito e costante che finisco quasi sempre per associare a cose sbagliate. Quindi lo so, è un pò colpa mia. L’avevo scritto anche sul mio diario quando ero poco più di una scolaretta.
Avevo scritto: attento a cosa desideri, potresti ottenerlo! e mi pareva già vero ma poi non è che in fondo in fondo ci credessi del tutto.
Il nostro libro era uscito neppure un mese prima con un editore abbastanza conosciuto. Non mi chiedete chi, non faccio pettegolezzi.
Lui ci aveva ricevuto una volta nel suo ufficio, quando avevamo firmato il contratto. Un contratto standard in cui non ti riconoscono quasi niente come scrittore (ma che vuoi, sembra dire il contratto, già è tanto che ti stiamo pubblicando), e manco a parlarne non ti danno un anticipo (daltraparte si scrive per l’arte e per l’eternità dice sempre il contratto).
Quindi noi, la nostra piccola esperienza ed i nostri piccoli sogni ci presentiamo con il vestitino della festa pronti a mettere una firma sul nostro futuro radioso.
Lui è seduto alla sua scrivania. Sghignazza di tanto in tanto con un sibilo tarato tra i denti, ci sciorina una manfrina infinita sulle affinità zodiacali e ci liquida dicendo che il libro dell’anno che pubblicheranno sarà proprio d’astrologia. Il nostro, di certo sarà il secondo, pensiamo. D’altra parte come potrebbe essere diversamente? Trattiamo un argomento centrale (la famiglia), in modo atipico (è un saggio ironico), in un momento storioco particolare (piena frattura sociale). Lui intanto c’ha calcolato l’ascendente e mentre ci predice disastrose congiuture astrali noi siamo già impegnati a programmare mentalmente il piano di marketing.

Circa un anno dopo ci prepariamo a scalare le classifiche di mezzo mondo. Vorrei cambiare qualcosa di me in occasione dell’uscita del libro, che ne so rifarmi i capelli, o forse il naso, il mento più marcato, presentarmi con una novità insomma. Nell’indecisione galleggio tra le foto delle riviste e vago con l’immaginazione tra le domande che sogno ci pongano.
Mi immagino sopra un trabattello ornato di stemmi di partito ad enunciare il mio pluripremiato monologo sull’impegno civile e politico, sulla decadenza del nostro patto di coesione sociale e declino mentalmente il vademecum di quello che da buona trentenne precaria ho da rivendicare a Stato e società.
Avevamo deciso che avremmo partecipato a tutte le iniziative dell’editore, che l’avremmo appoggiato e che avremmo prestato volentieri il nostro tempo per conferenze ed interviste; perchè la nostra, dicevamo tra noi, è una piccola battaglia per i diritti, un atto di civiltà, un gesto rivoluzionario. Dalla data d’uscita del libro però il nostro telefono langue, le segnalazioni sulla stampa pure.
Nessuno ci chiama. Sciviamo qualche mail al nostro ufficio stampa e quasi sempre non ci risponde. Messo alle strette ci risponde a monosillabi. Tutta la sua abilità al momento si è concretizzata nell’aver inviato un pò di copie a giornali e tv. Ecco tutto.
E come?, chiediamo, avevamo concertato di puntare sull’attualità, di agganciarci allo strombazzatissimo tema della famiglia tradizionale vs quella atipica, della perdita dei valori, della sottrazione sistematica di futuro per i trentenni contemporanei. Lui nicchia.
Chiediamo a quando la presentazione e dice che marzo non è un buon momento. Bene, allora maggio o giugno.
No, in effetti sarebbe meglio fare presentazioni in un altro periodo dell’anno.
Settembre?
No, l’autunno è sconsigliato.
Ci pare la cosa vada per le lunghe, lo malediciamo e chiadiamo ad una nostra amica che possiede una libreria d’ospitarci per la presentazione.
Quando lo comunichiamo all’ufficio stampa sembra contento.
Mi pare d’averlo visto altrettanto partecipe le volte che ha apostrofato una nostra iniziativa di promozione su facebook semplicemente clickando su mi piace.
Per la presentazione però s’impegna, tira fuori l’asso da novanta. Ci dice che potrebbe intervenire il nostro direttore editoriale, quello con la passione per l’astrologia. Certo, essere presentati dal proprio DE non è il massimo perchè è come chiedere all’oste se il vino è buono. Lui ci riempirà di complimenti, saprà far risaltare la centralità del tema trattato, riuscirà a sottolineare il fiuto con cui il comitato editoriale ha selezionato il nostro manoscritto. Ci sembra troppo facile, chi si loda s’imbroda diceva il mio professore alle medie, ma tant’è che accettiamo e ci mettiamo subito sotto con la comunicazione dell’evento.
Nel giro di 2 settimane abbiamo comunicato l’appuntamento ad amici e parenti, colleghi di lavoro, gruppi ed associazioni interessate all’argomento, alcuni conoscenti e qualche estraneo di passaggio.
Mancano 2 giorni al fatidico incontro che i nostri più cari amici si defilano con la scusa di un incontro di cucina imperdibile perchè si fa il macrobiotico. Un’altra ha lezione di yoga, una coppia che conosciamo da tempo deve andare ad un battesimo (alle 18:30?), un amico va con famiglia all’estero, una ex collega fa finta di non ricordarsi la data, alcuni neppure aprono l’invito o rispondono alla mail.
Nonostante ciò, la mattina della presentazione ci sentiamo pronti ad ingaggiare la nostra buona battaglia politica in favore delle giovani coppie, dei giovani genitori, in definitiva in un delirio di mastodontica potenza mediatica, di difendere ciò che di più sacro abbiamo al mondo, i nostri figli.
è primavera, c’è il sole e non ci sono grandi eventi sportivi a competere.
Compriamo il giornale e troviamo la segnalazione del nostro reading.
Ci sentiamo rinfrancati, in effetti avevamo pensato male dei nostri editori ed invece l’ufficio stampa si sta impegnando. Così ci rabbuoniamo e ci presentiamo puntuali alle 18 davanti alla libreria che deve ospitarci.
Ci sono due persone fuori che aspettano. Dentro altre 3. Una è il nostro direttore editoriale, l’altro l’ufficio stampa, la terza mi sembra la fidanzata di uno dei due. Molto professionalmente siedono al bancone e fanno l’aperitivo.

Ci salutiamo e poi andiamo a fare gli onori di casa che loro  non ritengono di dover fare.
L’DE non si smuove di un millimetro. Idem l’ufficio stampa.
Chiacchieriamo in attesa che la mezz’ora di tolleranza faccia arrivare i ritardatari.
Arriva in compenso un amico che è in netto ritardo sull’appuntamento successivo. Lui ci fa un pò fretta, deve andare ad una commemorazione funebre e ci sentiremmo drammaticamente in colpa se arrivasse , come si dice, a corpo freddo.
Inoltre, date le esigue presenze, preferiremmo evitare che vada via anche lui e ci avviciniamo al divanetto su cui dovremo sedere.
I pochi invitati, neppure 10, prendono posto.
Aspettiamo.
Il direttore editoriale sorseggia lento un bianco che ad occhio e croce direi si tratti di un pecorino.
La gente aspetta.
Prende con una lentezza mostruosa una tartina.
Gli autori aspettano.
Ingurgita una oliva.

Quando arriva sono tutti un pò spazientiti. Noi celeri e precisi andiamo subito a sederci.
Conosciamo tutti i presenti escluso un pelato con ottimi gusti d’arredamento considerando la busta che ha in mano.
Il DE prende il microfono e fà: il non ero sicuro di venire per una questione politica. Questa catena di librerie sta facendo molti licenziamenti.
Noi ci guardiamo spaesati.
Poi lui riprende, ma ho deciso di venire perchè tanto non mi cambia nulla, al massimo vendiamo due copie del libro.
Taciamo.
Penso all’oroscopo e mi viene da pensare che segno sarà questo? Sorvolo sulla mia risposta interiore.
Allora, dice lui, in questo paese la gravidanza è una malattia e io ho tanti mobili ikea, facendo una summa incomprensibile di alcuni argomenti fondamentali trattati nel libro, rispettivamente la malasanità e la mancanza di politiche dirette alla famiglia.
Mi passa il microfono.
Vorrei focalizzare i punti per me fondamentali, quelli prettamente civili e politici.Inizio il mio monologo sull’insensibilità della società verso la difesa della procreazione. Sciorino una serie di concetti legati al disinteresse diffuso, alla mancanza profonda di volontà di tutelare la famiglia.
Lui interviene dicendo si ma il libro è molto divertente e prende una pagina a caso e la legge con uno stile fantozziano degno di riguardo. Si tratta di uno dei passaggi più seri del testo, sennonchè una delle cose più sentite e forse autobiografiche dell’intero scritto.
Dico: scusa ma l’hai letto come una barzelletta.
Si dice lui, vedi che fa ridere?
con quel tono fa ridere anche la didascalia sul boccione del detersivo.
Attenta a quello che desideri, potresti ottenerlo, penso tra me e me.
Lui riprende, legge un altro estratto e poi mi domanda se il parto è stata un’esperienza divertente.
Vorrei dirgli che sarei felicissima se potesse scoprirlo da solo ma glisso la domanda e ricomicio con il monologo.
Lui interviene nuovamente. In un libro divertente non si parla di crisi sociale, sembra voler affermare ad ogni battuta, e ci lancia occhiate come a dire: se non la buttiamo sul ridere queste benedette due copie finisce che non le vendiamo.
Afferrato il concetto strategico ridiamo spezzando un singulto.
Quando prende la tangente divagando su alcuni aspetti molto personali della sottoscritta e molto estranei al libro decido di porgli una domanda per riequilibrare la questione:
scusi, ma perchè a pubblicato questo libro?
Tu vorresti una risposta romantica…
Mi accontenterei di una risposta intelligente penso in un lampo.
Abbiamo pubblicato questo libro perchè dobbiamo fare cinque titoli di varia all’anno!
Ah!
Attenta a quello che desideri, potresti ottenerlo:
volevo una presentazione, l’ho avuta.
Volevo una risposta, l’ho avuta.
Vorrei non aver voluto entrambe le cose.
Il resto è frizzi e lazzi. Offriamo da bere noi agli astanti perchè per l’editore siamo uno dei cinque libri di varia quindi non è il caso di investire 10 euro in una bottiglia di vino. Quando non ne possiamo proprio più proponiamo di chiudere con la lettura di un capitolo e proprio quando la mia autostima è finita ad altezza maiolica del bagno ascolto le nostre parole lette in quella sala semideserta.
Mi ritornano alla mente i motivi per cui si scrive una storia.
Se frequentate un corso di narrazione è probabile che sentirete la storiella secondo cui fin dalla notte dei tempi l’uomo si è diviso i compiti: qualcuno caccia, altri raccolgono la frutta e infine c’è chi ha il ruolo di raccontare.
Raccontare è dare un senso, mettere in connessione, interlacciare eventi, ed avere bene a mente un rapporto diretto tra causa ed effetto consente di comprendere a pieno le proprie e le altrui azioni.
Non stiamo parlando solo di commercio, produrre un libro non è produrre pasta. Vendere un libro è vendere un seme che poi cerca il suo percorso all’interno del lettore. Sulle idee fortunatamente non si può fare il 3X2 e a prescindere dalla qualità o meno del nostro libro, noi non siamo solo uno di quei 5 libri di varia dell’anno!


Piccolo concorso “La letteratura non conta niente”: primo racconto selezionato

 

ANNA E IL BAMBINO

di Filomena Pucci

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La vita precaria ormai le faceva paura, dopo un anno di dedizione convinta alla causa della scrittura, cominciava ad avere dubbi sul suo destino di scrittrice in potenza. “Chi sono io?” era la domanda che la svegliava di notte da settimane e che non la faceva più riaddormentare fino a dopo l’alba. Quel primo sabato di maggio però si era svegliata benissimo, aveva finalmente dormito una notte intera, e aveva aperto gli occhi fiduciosa sul suo futuro, e sul lunedì che l’aspettava dopo quel week end. Aveva inforcato la sua bicicletta per andare a quel brunch letterario, e assistere alla presentazione di un nuovo libro, un piccolo caso, di sicuro successo. Si, si diceva, questa è la vita, curiosità e apertura, fiducia e amore, mai più quella paura di vivere che l’aveva attanagliata in quegli ultimi giorni. Era arrivata all’indirizzo della presentazione, e prima di salire aveva gettato un’occhiata veloce al suo cellulare, per vedere se era arrivato caso mai, qualche messaggio inaspettato, ma niente, come al solito, niente. Fiduciosa e sorridente era comunque salita quarto piano del palazzo. Sulla soglia della porta aveva visto una casa assolata, piena di gente e bambini. Tanti bambini. Già, perché quelli della sua età cominciano a fare bambini e malgrado lei non pensi di avere i geni della madre, è inevitabilmente attratta da quei cuccioli. Sarà per questo, che fatti tutti i saluti, si trova improvvisamente tra le braccia la figlia di un’amica: Margherita appena due anni, figlia di quella sua amica che, così per caso aveva scritto un libro, che era diventato un best seller, mentre lei, inutile dirlo, il romanzo su cui aveva lavorato per tre anni, nemmeno riusciva a farlo leggere agli editori giusti. La sua amica però le diceva di continuare a tenere duro, perché le cose belle accadono in un istante, quando meno te lo aspetti. Come era successo a lei che dopo il libro aveva pure avuto quel piccolo cucciolo di donna. Con Margherita tra le braccia sentiva la leggerezza di quell’esserino come se fosse la sua, come se fosse stata lei quel bambina beata e allo stesso tempo lei, la madre che ne aveva cura; era una sensazione strana ma che le metteva serenità. E poi lei lo sapeva benissimo che non era affatto tutto rose e fiori, se le ricordava ancora le fatiche di sua madre. Addirittura una volta da qualche parte aveva letto che i neonati, come tutti i cuccioli di animali, sono così irresistibili proprio perché devono innescare in chiunque li guardi un sentimento di protezione e di cura. Non poteva che essere così, ne valeva la loro sopravvivenza. Ecco un bluff anche loro, proprio come le aveva spiegato sua madre. Ancora con quella bambina tra le braccia e dopo averne apprezzato per un altro breve istante, la sua sconvolgente leggerezza, Anna si aggira tra gli invitati alla ricerca della legittima madre, a cui riconsegnare il peso di quella responsabilità. Adesso leggera, delle sue braccia vuote va a cercare in cucina un bicchiere di vino rosso. Le persone continuano ad arrivare, è quasi l’una di un sabato di maggio, e molti di quelli che arrivano, sono carichi di bambini e carrozzine. A quanto pare quell’orario invita i neo genitori ad uscire allo scoperto con i loro cuccioli e quella presentazione, sembra a metà con una festa per bambini. Arrivano in tanti, anche nomi importanti di quelli che lei un po’ ammira e invidia insieme. Nel grande salone continuano i preparativi tecnici per la presentazione, casse, microfoni, leggii. Mentre aspetta un po’ annoiata, con fare disinteressato, controlla di nuovo il cellulare nella sua borsetta, nessuna messaggio inaspettato è arrivato. Se lo ripete mille volte al giorno di non fare quel gioco, che poi ci rimane male, senza che nessuno le abbia fatto male, eppure la tentazione è irresistibile.

E’ una splendida giornata di maggio, un uomo con il cravattino rosso, anche lui accompagnato da una figlia, in età di scuola elementare, le sia avvicina e la saluta. E’ un critico letterario, di quei geniacci che leggono tutto, e con sprezzo del lavoro e della fatica, riescono a fare mille progetti interessanti. Ha letto il suo romanzo, e le dà alcuni suggerimenti su come migliorarlo, è gentile, ma non come lei avrebbe bisogno. Mentre parla, la sua bambina gli si struscia alle gambe e lui amorevolmente le accarezza i capelli e le sorride. Pensa che in quel momento preferirebbe essere quella ragazzina, piuttosto che la scrittrice in potenza, di cui tutti aspettano l’esordio. Ma si ricorda dei buoni propositi con cui si era svegliata, curiosità, fiducia, amore, e con la scusa di prendere un altro bicchiere si allontana da lui e dalle sua inespugnabile perfezione.

Gironzolando per casa con il piatto stracolmo di rustici alla ricotta, ancora una volta la sua attenzione è attirata da un bambino. Sta solo in un angolo, composto e silenzioso, un piccolo uomo in camicia e giacca blu. Seduto con il suo piattino, mangia piano, piano cercando di non sporcarsi, raccogliendo le briciole agli angoli della bocca. Mentre lo guarda, la mamma di Margherita le si avvicina e le sussurra alle orecchie: “E’ il figlio di quella scrittrice” indicando con il mento, una donna bionda e segaligna, con le labbra rifatte che sta parlando con l’organizzatore della presentazione. “E’ quella che vincerà lo Strega, già si sa”, spiega ancora la madre di Margherita, che intanto sorride beata tra le sue braccia. “Un libro più odioso non lo poteva scrivere, eppure tutti la corteggiano, pensa, pare che abbia già firmato per il prossimo libro con ****” L’organizzatore intanto, non fa che dire si con la testa, sembrano quasi inchini, quella donna a meno di 5 metri di distanza incute terrore.  Per fortuna Anna sta più lontana.

Finalmente la presentazione ha inizio, inutile dire che la protagonista è la futura vincitrice dello Strega. L’atmosfera diventa rapidamente seria, e Anna con il suo piattino di rustici in mano si sente improvvisamente a disagio, per questo mentre gli altri si siedono, corre in cucina per posare il piatto da qualche parte. Quando ritorna nella sala, tutti i posti sono già presi e in religioso silenzio, l’organizzatore sta per presentare la scrittrice. In piedi in fondo alla sala, Anna si guarda intorno, il figlio della scrittrice non è più seduto al suo posto, di lui resta solo una fetta di torta al cioccolato morsa e abbandonata sul piattino, poggiato sulla sedia, accanto al tovagliolo bianco che prima aveva sulle ginocchia. Gli altri bambini hanno smesso di giocare e sono seduti diligentemente sulle ginocchia di mamma e papà, solo il frignare contenuto di un neonato, interrompe la voce monotona della scrittrice, che legge le pagine che le hanno meriteranno il prestigioso premio. La sua amica aveva ragione, quel libro e pomposo e provocatorio, scritto da qualcuno che non ha nulla da perdere, Anna vorrebbe andar via. Mentre il silenzio incombe un pianto lontano si insinua nelle sue orecchie, Anna si guarda intorno ma non vede nulla. Nessun altro sembra avere percepito alcunché, tutti presi dalla noia di quella futura scrittrice famosa, solo lei continua a sentire quel lamento represso. Indietreggiando lentamente, sente sempre più chiaro quel pianto provenire dal bagno in corridoio. La porta è solo accostata e sbirciando all’interno della stanza da bagno, Anna intravede il figlio della scrittrice davanti al lavabo con la camicia bianca inzuppata d’acqua, con la quale il bambino sta cercando goffamente di pulire una macchia di cioccolato. Il bambino appena la vede entrare, sgrana gli occhi terrorizzato, e solo un enorme sorriso di Anna sembra tranquillizzarlo per un attimo. Ricomincia a piangere e le racconta che lui non voleva sporcarsi, che era stato tanto attento, però la cioccolata era scivolata e lui non se ne era nemmeno accorto, e adesso doveva pulire tutto, se no la mamma si arrabbiava tantissimo. Anna gli sorride e prova a spiegare al ragazzino che non importava, che la mamma avrebbe capito, ma a quelle parole il bambino ricomincia piangere senza consolazione, “No, no, mamma s’arrabbia. Avevo promesso, non mi dovevo sporcare, poi non mi vuole più bene.” Un moto inaspettato di Anna la fa avvicinare al bambino, lo abbraccia e comincia ad accarezzarlo sui capelli. “Certo che ti vuole bene mamma, mamma ti vuole sempre bene, anche se a volte va di fretta e dice le parole con la voce alta. Mamma ti vuole sempre bene anche se non te lo dice tutti i giorni, anche se non ti fa sempre le carezze. Perché le mamme altrimenti non si chiamerebbero mamme, la tua ti vuole tantissimo bene” Il bambino con la camicia bagnata, guarda Anna interrogativo per un attimo, sarebbe bello credere alle sue parole, poi la paura lo riacchiappa e ricomincia a piangere grossi lacrimoni. Anna allora gli propone di levarsi la camicia, ci penserà lei a risolvere tutto. Il bambino tirando su con il naso, si sfila la piccola giacca blu e poi passa la camicia ad Anna, che si sbriga a lavarla con la saponetta e poi con il phon inizia ad asciugarla. Il bambino quando capisce quello che sta succedendo finalmente esplode in un sorriso e si asciuga le lacrime con il dorso delle mani. Il tempo passa e fuori la presentazione prosegue. Applausi, interventi, complimenti, una presentazione infinita. E per fortuna, altrimenti quella camicetta non si sarebbe mai asciugata. Quando il bambino si è ricomposto nella sua divisa di piccolo uomo, Anna sbircia fuori dalla porta per controllare che non ci sia nessuno fuori, e poi gli fa segno di uscire, lui va di corsa accanto alla madre, le prende la mano e aspetta fiducioso una carezza. La scrittrice, finalmente prende in braccio il bambino, e lo presenta a tutti come il suo gioiello. Anna lascia defilata la presentazione, senza salutare nessuno, sulla soglia di casa saluta da lontano il bambino, ma il piccolo nemmeno se ne accorge, tanto è felice di stare braccio alla madre, che gli vorrà sempre tanto bene finché sarà il bambino perfetto che non si sporca mai, nemmeno con la cioccolata.


La letteratura non conta niente: piccolo concorso

 La letteratura non conta niente: piccolo concorso

“La letteratura non conta niente”, primo libro edito da Citofonare Interno 7, raccoglie dieci testimonianze di scrittori italiani su presentazioni di libri che per le ragioni più varie – pubblico assente, personaggi molesti tra i presenti all’ incontro, organizzazione disastrosa e relatori insopportabili – si sono trasformate in un duro banco di prova per i malcapitati protagonisti.

Conservate anche voi in memoria il racconto di una presentazione disastrosa di un libro di cui siete stati protagonisti o alla quale avete partecipato in qualità di spettatori?

Citofonare Interno 7 lancia un piccolo concorso. Raccogliamo le vostre testimonianze (un max di 5 cartelle da spedire a rossanoastremo@libero.it) su presentazioni letterarie da dimenticare. Il migliore riceverà in regalo una copia del libro, la pubblicazione sul sito della casa editrice e la lettura pubblica degli stessi nella presentazione dell’antologia che si terrà alla Libreria Feltrinelli di via del Babuino il 10 maggio prossimo.

Sul sito della casa editrice verranno pubblicati anche altri racconti ritenuti meritevoli.

I racconti giunti saranno letti e valutati dai due curatori dell’antologia.

Termine ultimo per spedire i racconti: venerdì 6 maggio.

Proclamazione del vincitore: lunedì 9 maggio.

Siate ironici e spietati!

Partecipate numerosi!


L’articolo di Mario Desiati sull’antologia “La letteratura non conta niente”, edita da Citofonare Interno 7

La vera fatica dello scrittore la presentazione porta a porta

15 aprile 2011 —   pagina 19   sezione: BARI

di Mario Desiati

OGNI scrittore dal venerato maestro, al dilettante allo sbaraglio, custodisce nella sua carriera un episodio oscuro che tendea rimuovere, che procura imbarazzo e che viene seppellito nei recessi della propria memoria. La presentazione disastro. Mordecai Richler nel racconto Il piazzista di libri ( Mordecai, Adelphi, 2011), parla con ironia del cambiamento antropologico della figura dello scrittore. «Il varietà non è morto, solo che – scrive al posto di cantanti, prestigiatori, battutisti e imitatori si è insediato lo scrittore frastornato dal jetlag, che legge pagine della propria opera in qualsiasi libreria garantisca un pubblico minimo di otto clienti». In realtà ci si ritrova molto spesso davanti a meno di otto lettori, come raccontano gli esilaranti report raccolti nel libro curato da Rossano Astremo e Girolamo Grammatico La letteratura non conta niente per le edizioni Citofonare Interno 7. La piccola casa editrice nasce sull’ onda di un evento nato tra il quartiere Pigneto di Romae la Puglia. Happening domestici dove scrittori di fama e non, leggono in una casa privata passi inediti di loro libri che verranno. Astremo, poeta e critico grottagliese da questa formula ha tratto l’ idea di costruire un’ etichetta editoriale che si articola tra la Puglia e Roma esattamente come gli incontri di Citofonare interno 7 (e che in alcuni incontri pugliesi sono diventati Citofonare interno 8). In questi eventi si sono incontrate esperienze diverse, la poesia, la narrativae anche la musica. Gli autori hanno potuto provare alcune pagine dei loro romanzi confrontandosi con un pubblico che, nell’ agio di una situazione domestica, costruisce un rapporto con lo scrittore più empatico e familiare rispetto a quello cattedratico di molte presentazioni. Le presentazioni appunto. Un tema da desacralizzare e che diventa tema dell’ antologia di Astremo e Grammatico. La letteratura non conta niente raccoglie dieci testimonianze di scrittori italiani su presentazioni di libri che per le ragioni più varie – pubblico assente, personaggi molesti tra i presenti all’ incontro, organizzazione disastrosa e relatori insopportabili – si sono trasformate in un duro banco di prova per i malcapitati protagonisti. I ricavati andranno a sostenere proprio un progetto promosso da La casa di cartone dal titolo B.I.P. (beni immateriali primari), che prevede l’ utilizzo di performance artistiche nei luoghi del disagio per l’ integrazione tra fasce emarginate di popolazione e il territorio. Tra gli autori i pugliesi Livio Romano, Omar di Monopoli, Elisabetta Liguori che compiono un inventario (ma in certi casi potrebbe parlarsi di lombrosario) delle loro esperienze pubbliche più “compromettenti”. Il pezzo della Liguori racconta una disavventura durante un’ iniziativa di presentazioni libresche in spiaggia. Con il caldo torrido davanti a un pubblico svogliato si narrano le vicissitudini delle scrittrice leccese alle prese con una molesta presentatrice disposta a tutto pur di non lasciare il microfono. Omar di Monopoli scrive invece con la consueta limpida e cruda tonalità di voce della sua narrativa migliore, l’ umanità di un carcere foggiano dove gli capiterà di presentare uno dei suoi romanzi. Ma è a Livio Romano che sembrano succederne di tutti i colori. L’ autore di Mistandivò, nella sua decennale esperienza di scrittore sembra aver vissuto le più incredibile presentazioni. Dalle soppressate d’ argento, allo stalker molesto che lo perseguita, passando un incontro con un poeta croato che è costretto a tradurre e di cui riesce a carpire soltanto «Sono felice di essere stato qui con voi», ne viene fuori un cammeo tra l’ ironico, ma anche il malinconico. Dura la vita degli scrittori che devono lavorare anni a un libro, cesellarlo mesi con un editor, e poi ritrovarsi a doverlo promuovere davanti a quattro lettori svogliati o aggressivi, quando magari quel libro che hai scritto ti è già morto dentro, hai un’ altra storia per la testa e la vorresti raccontare a scapito del vecchio. E tornando a Richler e con l’ antologia delle presentazioni disastrose non può che rimpiangersi un tempo lontano e perduto per gli scrittori: «Erano i giorni felici in cui gli scrittori guardavano ancora i piazzisti – gente che girava di città in città armata solo di una ventiquattrore – dall’ alto in basso: adesso non possiamo non considerarli nostri colleghi».

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