Archivi tag: Elisabetta Liguori

L’articolo di Mario Desiati sull’antologia “La letteratura non conta niente”, edita da Citofonare Interno 7

La vera fatica dello scrittore la presentazione porta a porta

15 aprile 2011 —   pagina 19   sezione: BARI

di Mario Desiati

OGNI scrittore dal venerato maestro, al dilettante allo sbaraglio, custodisce nella sua carriera un episodio oscuro che tendea rimuovere, che procura imbarazzo e che viene seppellito nei recessi della propria memoria. La presentazione disastro. Mordecai Richler nel racconto Il piazzista di libri ( Mordecai, Adelphi, 2011), parla con ironia del cambiamento antropologico della figura dello scrittore. «Il varietà non è morto, solo che – scrive al posto di cantanti, prestigiatori, battutisti e imitatori si è insediato lo scrittore frastornato dal jetlag, che legge pagine della propria opera in qualsiasi libreria garantisca un pubblico minimo di otto clienti». In realtà ci si ritrova molto spesso davanti a meno di otto lettori, come raccontano gli esilaranti report raccolti nel libro curato da Rossano Astremo e Girolamo Grammatico La letteratura non conta niente per le edizioni Citofonare Interno 7. La piccola casa editrice nasce sull’ onda di un evento nato tra il quartiere Pigneto di Romae la Puglia. Happening domestici dove scrittori di fama e non, leggono in una casa privata passi inediti di loro libri che verranno. Astremo, poeta e critico grottagliese da questa formula ha tratto l’ idea di costruire un’ etichetta editoriale che si articola tra la Puglia e Roma esattamente come gli incontri di Citofonare interno 7 (e che in alcuni incontri pugliesi sono diventati Citofonare interno 8). In questi eventi si sono incontrate esperienze diverse, la poesia, la narrativae anche la musica. Gli autori hanno potuto provare alcune pagine dei loro romanzi confrontandosi con un pubblico che, nell’ agio di una situazione domestica, costruisce un rapporto con lo scrittore più empatico e familiare rispetto a quello cattedratico di molte presentazioni. Le presentazioni appunto. Un tema da desacralizzare e che diventa tema dell’ antologia di Astremo e Grammatico. La letteratura non conta niente raccoglie dieci testimonianze di scrittori italiani su presentazioni di libri che per le ragioni più varie – pubblico assente, personaggi molesti tra i presenti all’ incontro, organizzazione disastrosa e relatori insopportabili – si sono trasformate in un duro banco di prova per i malcapitati protagonisti. I ricavati andranno a sostenere proprio un progetto promosso da La casa di cartone dal titolo B.I.P. (beni immateriali primari), che prevede l’ utilizzo di performance artistiche nei luoghi del disagio per l’ integrazione tra fasce emarginate di popolazione e il territorio. Tra gli autori i pugliesi Livio Romano, Omar di Monopoli, Elisabetta Liguori che compiono un inventario (ma in certi casi potrebbe parlarsi di lombrosario) delle loro esperienze pubbliche più “compromettenti”. Il pezzo della Liguori racconta una disavventura durante un’ iniziativa di presentazioni libresche in spiaggia. Con il caldo torrido davanti a un pubblico svogliato si narrano le vicissitudini delle scrittrice leccese alle prese con una molesta presentatrice disposta a tutto pur di non lasciare il microfono. Omar di Monopoli scrive invece con la consueta limpida e cruda tonalità di voce della sua narrativa migliore, l’ umanità di un carcere foggiano dove gli capiterà di presentare uno dei suoi romanzi. Ma è a Livio Romano che sembrano succederne di tutti i colori. L’ autore di Mistandivò, nella sua decennale esperienza di scrittore sembra aver vissuto le più incredibile presentazioni. Dalle soppressate d’ argento, allo stalker molesto che lo perseguita, passando un incontro con un poeta croato che è costretto a tradurre e di cui riesce a carpire soltanto «Sono felice di essere stato qui con voi», ne viene fuori un cammeo tra l’ ironico, ma anche il malinconico. Dura la vita degli scrittori che devono lavorare anni a un libro, cesellarlo mesi con un editor, e poi ritrovarsi a doverlo promuovere davanti a quattro lettori svogliati o aggressivi, quando magari quel libro che hai scritto ti è già morto dentro, hai un’ altra storia per la testa e la vorresti raccontare a scapito del vecchio. E tornando a Richler e con l’ antologia delle presentazioni disastrose non può che rimpiangersi un tempo lontano e perduto per gli scrittori: «Erano i giorni felici in cui gli scrittori guardavano ancora i piazzisti – gente che girava di città in città armata solo di una ventiquattrore – dall’ alto in basso: adesso non possiamo non considerarli nostri colleghi».

Una presentazione dell’evento e della casa editrice apparsa su “Su la testa” e “Coolclub.it”

 

alt
di Rossano Astremo
Era il maggio del 2008 quando, dopo aver organizzato, per anni, eventi letterari in librerie, associazioni culturali, biblioteche, bar, pub, gallerie d’arte, enoteche, ristoranti, decisi che, in questa proliferazione di libri nei contesti più vari, alcuni consueti altri meno, era giunto il momento di sparigliare le carte e di osare l’insolito. L’idea fu quella di invitare tre giovani scrittori italiani, Francesco Pacifico, Veronica Raimo e Nino D’Attis nel salotto di casa mia a leggere estratti dei loro romanzi ancora inediti. Era un tardo pomeriggio di fine maggio e da lì, da quell’aperitivo fortemente alcolico consumatosi a Roma, a Torpignattara, dopo aver organizzato e partecipato a un numero spropositato di presentazione di libri svilenti e noiose, che nacque il nucleo originario dell’evento Citofonare Interno 7. Da quel giorno Citofonare Interno 7 porta, nel clima conviviale di un salotto, la lettura di alcuni passi di libri inediti e uno spettacolo musicale live.
È una sorta di reading-mob che mobilita la cultura e la offre a domicilio. Il format è stato ripreso diverse volte a Roma e dal marzo 2011, oltre ai lidi capitolini, sbarca nei contesti delle principali città italiane. Fino ad ora hanno partecipato alcuni tra i giovani scrittori italiani più importanti, e l’elenco sarebbe davvero lungo. L’obiettivo è quello di svicolare l’idea di letteratura dal concetto dell’imperante marketing editoriale, secondo il quale ogni evento è legato all’idea di vendere l’oggetto libro e, inevitabilmente, per ammaliare un numero crescente di potenziali lettori e acquirenti, l’idea dello scrittore sempre meno intellettuale e sempre più personaggio. Ci è sembrato giusto, fin dall’inizio, in un momento politico e sociale difficile, con il crescente numero di disoccupati, che non sono più soltanto giovani, ma anche uomini e donne di 40, 50 anni, per i quali inserirsi in un mercato del lavoro sempre più in crisi diventa una missione che sfiora l’impossibile, con l’aumento di famiglie che non riescono più ad arrivare a fine mese, con la tragica situazione di chi non è più in grado di pagare le rate del mutuo, legare l’evento letterario domestico ad azioni di sostegno per chi non possiede più una casa.
Da qui la collaborazione con l’associazione di promozione sociale La casa di cartone, costituita da ragazzi che da anni lavorano per migliorare le condizioni di vita dei senza fissa dimora. È da questo legame tra letteratura e promozione sociale che nasce l’idea di dare alle stampe un volume, il primo del neonato marchio editoriale Citofonare Interno 7, dal titolo La letteratura non conta niente che accoglie dieci racconti aventi come tema quello delle presentazioni di libri dall’esito disastroso (gli autori presenti sono: Saverio Fattori, Marco Montanaro, Roberto Mandracchia, Giuseppe Braga, Angela Scarparo, Omar Di Monopoli, Ilaria Mazzeo, Marco Candida, Livio Romano ed Elisabetta Liguori), i cui ricavati andranno a sostenere proprio un progetto promosso da La casa di cartone dal titolo B.I.P. (beni immateriali primari), che prevede l’utilizzo di performance artistiche nei luoghi del disagio per l’integrazione tra fasce emarginate di popolazione e il territorio. Come afferma Girolamo Grammatico, presidente dell’associazione: «Sulla scia della Notte dei senza dimora, appuntamento del 17 ottobre di ogni anno, La casa di cartone chiamerà artisti di ogni risma per offrire uno spettacolo di arte performativa a persone che vivono in uno stato temporaneo di disagio. La serata sarà, inoltre, aperta ad un pubblico interessato: entrare in luoghi solitamente rimossi significa anche erodere un po’ del silenzio che circonda questi spazi». È solo un piccolo sasso nello stagno dell’indifferenza nei confronti dei senza fissa dimora. La letteratura deve smuovere simili acque: è la nostra piccola missione.
 

La letteratura non conta niente: prima presentazione domenica 10 aprile ore 18 Libreria Rinascita via Savoia 30 Roma

 
“LA LETTERATURA NON CONTA NIENTE”
Presentazione del primo libro edito da Citofonare interno 7, la casa editrice che sostiene il sociale

Dieci racconti di scrittori italiani su presentazioni di libri che per le ragioni più varie – pubblico assente, personaggi molesti tra i presenti all’incontro, organizzazione disastrosa e relatori insopportabili – si sono trasformate in un duro banco di prova per i malcapitati protagonisti. “La le…tteratura non conta niente” è il primo libro edito da Citofonare interno 7 e sarà presentato a Roma presso la libreria Rinascita, domenica 10 aprile alle ore 18:00.

Saverio Fattori, Marco Montanaro, Roberto Mandracchia, Giuseppe Braga, Angela Scarparo, Omar Di Monopoli, Ilaria Mazzeo, Marco Candida, Livio Romano ed Elisabetta Liguori danno la loro versione dei fatti, imbandiscono, ciascuno con la propria voce e con il proprio stile, un campionario ironico di disastri realmente accaduti, nel quale serio e faceto si mescolano dando vita ad un immaginario franto del sistema editoriale italiano.

Nata dall’esperienza dell’omonimo evento letterario domestico che mobilita la cultura e la porta a domicilio, la casa editrice Citofonare Interno 7 devolverà parte del ricavato, ottenuto dalla vendita di questo volume, a finanziare B.I.P., Beni Immateriali Primari – L’arte non ha dimora – un progetto ideato dall’associazione di promozione sociale La casa di cartone, che prevede l’utilizzo di performance artistiche nei luoghi del disagio per l’integrazione tra fasce emarginate di popolazione e il territorio.

Alla presentazione dell’antologia, curata da Rossano Astremo e Girolamo Grammatico, daranno una breve testimonianza alcuni autori dei racconti.

Per info:
www.lacasadicartone.it
citofonareinterno7.wordpress.comSee More


La letteratura non conta niente: in anteprima l’introduzione dei curatori

 

INTRODUZIONE

 

«La vita bisogna viverla, in questo consiste tutto, semplicemente. Me lo disse un barbone che incontrai l’altro giorno uscendo dal bar La Mala Senda. La letteratura non conta niente».

(R. Bolaño, I detective selvaggi)

 

In Italia si pubblicano sessanta mila nuovi titoli ogni anno. Cinquemila ogni mese. Oltre centosessanta ogni giorno. Immaginate ora centosessanta nuovi libri che quotidianamente vengono fuori dalle stamperie d’ogni parte dello stivale, per poi giungere nei magazzini dei distributori e da qui poi dirigersi nelle librerie.

Immaginate, in più, il lavoro degli uffici stampa che, con la crescita esponenziale di possibili concorrenti, infittiscono impazienti la loro agendina di numeri di giornalisti, critici letterari, librerie, organizzatori di eventi e quant’altro affinché, attraverso le loro ammalianti capacità persuasive, possano ottenere fette di spazio e visibilità sempre crescenti.

Immaginate, per un attimo, lo scrittore contemporaneo alle prese con il suo libro fresco di stampa.

Il suo lavoro, quindi, non consiste solo nel mettere su carta la storia che ha preso possesso della sua mente, ma, una volta terminato l’atto creativo, è necessario che si rimbocchi le maniche e che faccia sfoggia del suo sorriso migliore per andare incontro al suo pubblico.

Non sempre però le ciambelle vengono fuori con il buco e il libro che avete tra le mani dà conto di questi buchi venuti male, di questi incontri pubblici in cui per lo scrittore presentare la sua «ultima fatica» si trasforma in un tragico atto del quale molto volentieri farebbe a meno.

La letteratura non conta niente raccoglie dieci testimonianze di scrittori italiani su presentazioni di libri che per le ragioni più varie – pubblico assente, personaggi molesti tra i presenti all’incontro, organizzazione disastrosa e relatori insopportabili – si sono trasformate in un duro banco di prova per i malcapitati protagonisti.

Saverio Fattori, Marco Montanaro, Roberto Mandracchia, Giuseppe Braga, Angela Scarparo, Omar Di Monopoli, Ilaria Mazzeo, Marco Candida, Livio Romano ed Elisabetta Liguori danno la loro versione dei fatti, imbandiscono, ciascuno con la propria voce e con il proprio stile, un campionario ironico di disastri realmente accaduti, nel quale serio e faceto si mescolano dando vita ad un immaginario franto del sistema editoriale italiano.

Il libro che avete tra le mani è il primo volume edito da Citofonare Interno 7.

A Claudio Morici va un nostro sentito ringraziamento, perché è grazie alla sua originale idea che ha preso corpo la voglia di realizzare questa antologia.

Parte del ricavato ottenuto dalla vendita di questo volume servirà a finanziare B.I.P. (beni primari immateriali), un progetto ideato dall’associazione di promozione sociale La casa di cartone, che prevede l’utilizzo di performance artistiche nei luoghi del disagio per l’integrazione tra fasce emarginate di popolazione e il territorio.

Un’occasione in più per far sì che la lettura di questo libro possa essere un piccolo gesto rivoluzionario.

 

I curatori

 


Le foto di Shoot4change nell’ultimo Citofonare Interno 7 del 12 febbraio

 

Citofonare Interno 7, l’appuntamento con l’aperitivo letterario domestico, sabato 12 febbraio, si è tenuto in un appartamento di Roma in via Capitanata, 3.

Grazie a Shoot for Change, ecco il reportage dell’evento che ha visto protagonisti gli scrittori Elisabetta Liguori, Raffaele Mozzillo, Giuseppe Schillaci e  Paolo Zanotti. Musica: Vintage factory. 

GALLERIA FOTOGRAFICA


Citofonare Interno 7: video del reading del 12 febbraio


La letteratura non conta niente: ecco la copertina!


Citofonare Interno 7: un articolo oggi di Elisabetta Liguori sul “Nuovo Quotidiano di Puglia”

 

Citofonare Interno 7: l’evento

di Elisabetta Liguori

Diciamo le cose come stanno: la presentazione pubblica di romanzi, saggi, sillogi poetiche, opere prime ed egotiche biografie non funziona più. Non funzionano le tavole rotonde né quelle ovali, le prolusioni, le cattedre, le poltroncine rosse. Seppur organizzate con tutti i crismi del caso, si tratta di formule ormai stantie, alle quali prendono parte giusto i parenti più stretti. Anche quando, a presentare la sua ultima opera, è lo scrittore famoso, quello di culto, la star del momento, in sala ad accoglierlo si riconoscono per lo più operatori del sistema armati di logore Moleskine o aspiranti scrittori con inquietanti manoscritti sotto braccio.

I lettori invece, quelli veri, latitano. Vogliono altro, forse. Desiderano che qualcuno racconti loro dal basso la letteratura che cresce. Desiderano forse maggiori comodità, più intimità, più discrezione e autenticità. Ecco spiegato il successo di iniziative come Citofonare Interno 7: mobilitazione letteraria nata in Puglia e poi gradualmente migrata al nord, trasfigurata, contaminata, diffusa.

È quello che succede alle buone idee.

Si comincia con un sussurro lieve, di orecchio in orecchio, poi s’alza un venticello, in ultimo scoppia una bufera. Cosa è esattamente Citofonare interno 7? Si tratta di un nuovo appuntamento periodico e itinerante, che ha mosso i primi passi sia a Bari che a Lecce (originato qualche anno fa da un’intuizione di Rossano Astremo e Girolamo Grammatico). Destinata agli amanti della letteratura, per la prima volta questa formula conviviale porta la scrittura e la musica a domicilio. Nel clima vellutato di un salotto privato, gentilmente messo a disposizione da individui coraggiosi, un pugno di scrittori leggono passi tratti dai loro inediti. Romanzi ancora in progress, idee che stanno nascendo, tracce in cerca di editore e buoni propositi. L’ingresso è assolutamente libero e il tutto è accompagnato da uno spettacolo musicale live e da un piccolo aperitivo. Con Citofonare interno 7, quindi l’intimità domestica si trasforma in condivisione culturale, in un vero e proprio reading-mob che mobilita la cultura e la offre di casa in casa. Il format è già stato ripreso diverse volte a Roma, e sta per sbarcare a Milano e a Torino. Gli ingredienti? Una casa, anche piccola, e grandi curiosità. Più di cento amici riuniti intorno ad un divano biposto. Letture comode, calde, sotto la luce di un faretto beat che proietta variopinti mandàla (un manufatto cinese, decisamente anni 80 che regala al soffitto una strana euforia domestica), quattro scrittori decisi a cogliere dagli umori dei presenti la reale portata della propria scrittura. Due musicisti blues. Buon vino rosso. L’ultima volta a Roma è stato esattamente così.

E lo sarà nuovamente molto presto altrove, dal sud al nord.

L’immaginario pugliese dilaga.

La voglia è sempre quella vitale del conoscere, l’obiettivo quello di smontare la scrittura come fosse un orologio e rivelarne i meccanismi più segreti. Nessun intento mercantile, dunque, solo passione.

Mi pare si possa affermare senza il timore di essere smentiti che questo evento socio culturale stia sottolineando innanzi tutto un bisogno collettivo e, come spesso è accaduto anche in passato, è il sud il primo a prestare orecchio al cambiamento e offrire risposte possibili.

La cosa, chissà perché, mette allegria. Fa sentire vivi.


Collane: Vertigine e Abbecedario: Il nostro 2011

Il progetto editoriale di Citofonare Interno 7 parte in questo 2011 con la pubblicazione di 5 volumi. Due rientrano nella collana di narrativa, chiamata Vertigine: a marzo uscirà “La letteratura non conta niente”, volume antologico su racconti di disastrose presentazioni letterarie raccontate da dieci scrittori italiani – Saverio Fattori, Roberto Mandracchia, Ilaria Mazzeo, Elisabetta Liguori, Livio Romano, Omar Di Monopoli, Giuseppe Braga, Angela Scarparo, Marco Montanaro e Marco Candida -; a settembre un libro-intervista sul mestiere dello scrittore, nel quale a raccontare il loro rapporto con la scrittura saranno, tra gli altri, Emanuele Trevi, Carlo D’Amicis, Carola Susani e Giordano Meacci. I tre restanti volumi verranno pubblicati nella collana Abbecedario, in cui dalla a alla z si cercherà di raccontare il meglio e il peggio dell’immaginario collettivo di questo Paese, e sarano tre guide non conformiste alle città di Lecce, Tropea e dintorni e Roma. Il libro su Lecce sarà scritto da Elisabetta Liguori ed uscirà a giugno. Sempre a giugno Maria Carrano pubblicherà il suo volume su Tropea. A dicembre, infine, Michela Carpi ci racconterà la sua Roma.


Gli autori del 12 febbraio: ELisabetta Liguori

(Sabato 12 febbraio, al reading domestico presso l’appartamento di via Capitanata 3 ci sarà anche la scrittrice leccese Elisabetta Liguori, di cui qui di seguito vi presentiamo un racconto dal titolo “L’eternità del tatuatore”)

L’eternità del tatuatore

di Elisabetta Liguori
C’è un cartello sulla vetrina, poco sopra la grande maniglia antipanico, con orari, nomi, e foto pubblicitarie. Non soltanto una filosofia di vita, un intero mondo. Quando entro l’aria mi assorbe e d’improvviso mi pare di non produrre più alcun rumore. Lui deve essere Alex: una specie di creativo gestore di forme e profumi, fermo al centro dell’androne d’ingresso coi pantaloni larghi e l’ orlo di una mutanda nera, bene in vista.

Si fa solo per appuntamento, signora. (piega la testa, storce il labbro)

Nel senso? (piego anche io, sembriamo due scimmie allo specchio)

Nel senso che io le dico quando venire, e lei viene.

Alex ha un copricapo a forma di scodella rovesciata, con intarsi d’uncinetto. Dietro di lui s’avvoltola un enorme dragone rosso batik, accanto alla luce di una candela. Nei refoli d’ingresso che sanno d’incenso si muovono entrambi.

E cosa facciamo di bello? Cosa esattamente?(io, innocentissima donna)

Me lo deve dire lei, signora.

Un consiglio? Da uno del mestiere (ammiccante cambio di posizione della borsetta, da un omero all’altro, oplà).

Mah! Dipende.

Io lo vedo che Alex mi occhieggia le caviglie. Lo vedo e sono in pensiero per i miei capillari rotti. Molto in pensiero. Non vorrei mai che si dicesse che una con le vene varicose bluastre tutto intorno ai polpacci, e su a risalire pure sotto la gonna, invece che dal chirurgo vascolare, vada a farsi consolare da un tatuatore. Lo vedo e istintivamente mi siedo, accavallo le gambe e imbraccio quel mio solito piglio suadente, come se Alex e il dragone dipinto alle sue spalle fossero ciascuno emanazione dell’altro e io avessi in bocca un vecchio flauto. Vorrei che partecipasse anche lui della mia ormai imminente trasformazione, invece il ragazzone resta in piedi. Sopra di me. Insisto. Ormai sono pronta. Con la punta della lingua mi sfioro gli incisivi tra un sorriso e l’altro. Ho faticato tanto e vorrei che anche lui sapesse, quindi in ultimo mi mordo il labbro.

Caro il mio bel serpentone con la scodella in testa, non muta espressione di una sola oncia. Il tatuatore immobile. Un morsetto appena che raccolga la giusta stilla di saliva fresca e gliela porga come ad una divinità, ma lui, niente. Alex aspetta che sia io a decidere. Una rosa, una polena, una farfalla, un cuore trafitto da un pugnale, il nome di battesimo di qualcuno. Per me andrebbe bene qualsiasi cosa, purché lui mi contamini col suo veleno colorato e permanente. Che lo faccia ora e per sempre.

Un’idea nata per caso.

Merico mi aveva detto qualche tempo fa che la sua bionda danzatrice di copla e flamenco ne aveva uno sulla caviglia destra ed un altro poco sotto l’ombelico, più piccolo. Durante i corsi serali del venerdì li esibiva fiera in vorticose contorsioni. Merico giurava di averli visti animarsi, battere armonici come un doppio cuore. Me lo aveva confessato una sera, smozzicando un panino al prosciutto cotto con le briciole sul mento e la rucola tra i denti e, chissà perché, la cosa m’era rimasta scolpita nella testa. M’ero detta: lo faccio anch’io, di certo! Quando poi sul tardi m’ero ritrovata a lavare i soliti piatti della sera, m’ero corretta: forse.

Con le mani a bagno maria m’ero ricordata di averci già pensato anni prima, ma senza esito. M’era ritornato alla mente un hippy alto come una sequoia che una trentina d’anni prima mi aveva detto che per farsi tatuare era opportuno sostenere un preventivo esame d’ammissione al marchio. Come per l’adesione ad un club esclusivo, far valutare da un tecnico, nel dettaglio, motivazioni, desideri, possibilità epidermiche, reale adesione psichica, attitudini. L’esame era da sostenersi su alcuni vecchi Permaflex sventrati, stesi sul pavimento unto d’olio d’un garage di proprietà esclusiva della sequoia stessa. Un tipo simpatico, paterno, competente, con le treccine al posto della barba e tante parole odorose di muschio e ricordi. Non m’ero mica presentata quella volta. A ripensarci, tra le mie mani tuffate a fondo della scolatura dei piatti sporchi e le bucce di patata a galleggiare tutt’intorno, trenta anni dopo, avevano cominciato a danzare corpi di donna, volute di fumo barocco, camice a scacchi fuori moda, canotte da culturista, ergastolani con le mani rinsecchite e strani simboli neri tra un dito e l’altro, e sbarre e catene e cellulite a strati porosi e caviglie stritolate da nervi viola, raccolti a mazzi.

M’ero detta: sono in galera adesso? E allora sia.

È per questo che sono andata da Alex. Adieu corpi nivei, immacolati labirinti, vecchie borghesi lavagne mute, adieu arterie pollose, tremuli rigagnoli d’ozio, autostrade sanguigne ostruite. Adieu segni di natura. Meglio l’arte, l’artificio. C’era Alex. Me ne aveva parlato la mia amica Paola, che gestiva un bar accanto al suo laboratorio. Prima un bel tatuaggio, poi un po’ di palestra e da quelli l’avvio dignitoso verso la rivoluzione, aveva giurato Paola ed io m’ero decisa, dopo aver bevuto tre caffè ed un Martini freddo.

L’appuntamento è dunque per giovedì prossimo. Ho tre giorni interi per capire meglio. Merico dice sempre che ho bisogno di troppo tempo per vivere. E che tempo, così tanto in generale, non ce ne è per nessuno. Per una madre certe frasi sono come le opere di uno scalpellino: minuzie che segnano nel profondo. Mio figlio ha ragione: tre giorni per me sono pochi. E troppi insieme.

Facciamo domani? (speranzosa, faccio segno di sì col collo per invogliarlo, e inverto l’ordine delle mie gambe accavallate).

Non so se è possibile, signora (oh, che grazioso musetto da coniglio peloso!). Mi faccia controllare un minuto.

Alex si sposta dietro il bancone decapato, tra teschi neri e lingue di fuoco magenta. Tira fuori un libro mastro con segnalibro a forma di coda di geco. Lo apre più o meno nel centro e segue i righi con l’indice e la testa bassa, come fanno i bambini alle elementari. Dice domani ok, dice forse, dice speriamo, dice magari quello del percing delle due mi da buca. Mi dice mi chiami a mezzogiorno. E mi saluta stringendomi la mano. L’anello di argento che gli serra il pollice a triplo giro mi scarica addosso duecentoventi volt. Quando esco dall’antro dell’artista scodellato la porta fa dlingl dlongl alle mie scarpe col tacco basso, mentre l’elettricità, a contatto con l’aria esterna, gradualmente si riduce.

Adesso ho un nuovo numero di cellulare nella borsetta. Una specie di torcia accesa nella tasca davanti, quella con la zip.

Alex ha la stessa età che aveva mio marito quando mi infilò la fede al dito e mi disse: lo vedi come è tonda? senza interruzioni, gira all’infinito, è per questo che adesso io e te siamo fottuti. Non più di 23 anni. Ci metterei la mano sul fuoco: l’ho visto dagli occhi. Hanno lo stesso languore e la stessa cupida stupidità. Ogni volta che ripenso a mio marito mi sembra di avere la testa montata all’indietro. Lo rivedo che si muove frenetico e dinoccolato verso di me e poi lo ripenso d’improvviso rigido, immobile. Duro come una scopa, dopo l’infarto del miocardio che lo gettò storto sul pavimento del tinello, intorno alle dieci di sera, oramai troppi anni fa. Merico rassomiglia a suo padre, la stessa fronte levigata, gli stessi riccioli crespi sulle tempie, ma non ad Alex, sebbene l’età sia quella. Sono circondata da ventenni. Tutti diversi, però, a parte gli occhi. E so di non essere veloce abbastanza da distinguere l’uno dall’altro.

Non ho neppure deciso dove farlo. Il tatuaggio. La spalla sinistra, l’interno del polso, l’incavo della nuca? Ci sono frazioni del proprio corpo che bisogna mandare a memoria, altrimenti il tempo se le ingoia.

E per farlo ci vuol qualcosa che del tempo se ne sbatta.

E se poi, per qualche ragione, non dovessi riuscirci? Il colore che svanisce, l’ago che si rompe, la luce che se ne va, io che ho un calo di zuccheri, non so, una circostanza qualunque. Quando mio marito morì nessuno aveva mai neppure ipotizzato che potesse accadere. Sembrava dovessero campare all’infinito, lui e le sue api in giardino, lui è la sua poltrona a righe nel soggiorno, lui e la sua cassetta della posta con la chiavetta piccola e il postino delle tre che arrivava col motorino e sotto il casco urlava il suo nome, lui e le sue tre cravatte rosse da bancario lieve del lunedì, in pausa pranzo. L’eternità a questo serve in famiglia. A non liberare pensieri inutili. Nessuno mai l’aveva mai messa in dubbio, l’eternità di mio marito, pur nel suo silente rimpicciolire.

Forse dovrei ritornare da Alex subito e accertarmi che domani si possa fare davvero. Il tatuaggio. Insistere come sanno insistere le donne, quando ne hanno voglia. Forse dovrei rientrare e sorridergli ancora una volta, tacchettando come un’intera tribù africana che prega, dentro i suoi occhi golosi di birra a doppio malto.

Ma è quasi buio. Le strade s’inzaccherano troppo a novembre e il fango sul travertino del centro storico mi rallenta. Cerco un posto adatto ad una telefonata. Compongo il numero.

Pronto? (una voce femminile, puberale ma decisa, almeno un paio di scalini più su della mia da pasionaria zoppa).

Mi scusi (m’arrampico, meglio darle del lei, non si sa mai, distante ma amichevole). Vorrei parlare con Alex. Per quel lavoretto piccolo piccolo. Il tatuaggio, sì. Ho bisogno di confermare con sicurezza l’appuntamento che m’ha dato. Sa, devo organizzare le mie cose (esaustiva, meticolosa, ma disinvolta) Me lo può passare, grazie?

Mio padre si chiama Mauro.

Oh…(suo padre? La prole eterna del tatuatore?)

Non fa tatuaggi.

Ah, No?? (autentico stupore)

Fa il chirurgo.

Ah. Estetico? (con simulato interesse)

No, cardio. Cardiochirurgo (rigorosa la mia fanciulla).

Oh, bene. Sono contenta. Una cosa seria. Un chirurgo è…sempre un chirurgo.

Buonasera.

Sì. Infatti… Buonasera (cortese, ma decisamente frammentaria).

Ha ragione Merico. L’eternità non è una cosa seria. Quanti anni avrà avuto la ragazzina? L’eternità è solo una misura. A questo punto sono più confusa di prima, mi tocca ammetterlo, forse è perché continua a piovere da giorni. Forse solo per questa ragione.


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.