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Piccolo concorso “La letteratura non conta niente”: secondo racconto selezionato

QUANDO IL TUO CAPOCANNONIERE è UN IMBOSCATO
No, perchè poi io glielo avevo anche detto che il 21 è una data che mi porta sfiga.
di Maria Carrano

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Io ci penso spesso alla felicità.
Non è un pensiero preciso del genere ‘se avessi questo o facessi quello’, ma è piuttosto un anelito indefinito e costante che finisco quasi sempre per associare a cose sbagliate. Quindi lo so, è un pò colpa mia. L’avevo scritto anche sul mio diario quando ero poco più di una scolaretta.
Avevo scritto: attento a cosa desideri, potresti ottenerlo! e mi pareva già vero ma poi non è che in fondo in fondo ci credessi del tutto.
Il nostro libro era uscito neppure un mese prima con un editore abbastanza conosciuto. Non mi chiedete chi, non faccio pettegolezzi.
Lui ci aveva ricevuto una volta nel suo ufficio, quando avevamo firmato il contratto. Un contratto standard in cui non ti riconoscono quasi niente come scrittore (ma che vuoi, sembra dire il contratto, già è tanto che ti stiamo pubblicando), e manco a parlarne non ti danno un anticipo (daltraparte si scrive per l’arte e per l’eternità dice sempre il contratto).
Quindi noi, la nostra piccola esperienza ed i nostri piccoli sogni ci presentiamo con il vestitino della festa pronti a mettere una firma sul nostro futuro radioso.
Lui è seduto alla sua scrivania. Sghignazza di tanto in tanto con un sibilo tarato tra i denti, ci sciorina una manfrina infinita sulle affinità zodiacali e ci liquida dicendo che il libro dell’anno che pubblicheranno sarà proprio d’astrologia. Il nostro, di certo sarà il secondo, pensiamo. D’altra parte come potrebbe essere diversamente? Trattiamo un argomento centrale (la famiglia), in modo atipico (è un saggio ironico), in un momento storioco particolare (piena frattura sociale). Lui intanto c’ha calcolato l’ascendente e mentre ci predice disastrose congiuture astrali noi siamo già impegnati a programmare mentalmente il piano di marketing.

Circa un anno dopo ci prepariamo a scalare le classifiche di mezzo mondo. Vorrei cambiare qualcosa di me in occasione dell’uscita del libro, che ne so rifarmi i capelli, o forse il naso, il mento più marcato, presentarmi con una novità insomma. Nell’indecisione galleggio tra le foto delle riviste e vago con l’immaginazione tra le domande che sogno ci pongano.
Mi immagino sopra un trabattello ornato di stemmi di partito ad enunciare il mio pluripremiato monologo sull’impegno civile e politico, sulla decadenza del nostro patto di coesione sociale e declino mentalmente il vademecum di quello che da buona trentenne precaria ho da rivendicare a Stato e società.
Avevamo deciso che avremmo partecipato a tutte le iniziative dell’editore, che l’avremmo appoggiato e che avremmo prestato volentieri il nostro tempo per conferenze ed interviste; perchè la nostra, dicevamo tra noi, è una piccola battaglia per i diritti, un atto di civiltà, un gesto rivoluzionario. Dalla data d’uscita del libro però il nostro telefono langue, le segnalazioni sulla stampa pure.
Nessuno ci chiama. Sciviamo qualche mail al nostro ufficio stampa e quasi sempre non ci risponde. Messo alle strette ci risponde a monosillabi. Tutta la sua abilità al momento si è concretizzata nell’aver inviato un pò di copie a giornali e tv. Ecco tutto.
E come?, chiediamo, avevamo concertato di puntare sull’attualità, di agganciarci allo strombazzatissimo tema della famiglia tradizionale vs quella atipica, della perdita dei valori, della sottrazione sistematica di futuro per i trentenni contemporanei. Lui nicchia.
Chiediamo a quando la presentazione e dice che marzo non è un buon momento. Bene, allora maggio o giugno.
No, in effetti sarebbe meglio fare presentazioni in un altro periodo dell’anno.
Settembre?
No, l’autunno è sconsigliato.
Ci pare la cosa vada per le lunghe, lo malediciamo e chiadiamo ad una nostra amica che possiede una libreria d’ospitarci per la presentazione.
Quando lo comunichiamo all’ufficio stampa sembra contento.
Mi pare d’averlo visto altrettanto partecipe le volte che ha apostrofato una nostra iniziativa di promozione su facebook semplicemente clickando su mi piace.
Per la presentazione però s’impegna, tira fuori l’asso da novanta. Ci dice che potrebbe intervenire il nostro direttore editoriale, quello con la passione per l’astrologia. Certo, essere presentati dal proprio DE non è il massimo perchè è come chiedere all’oste se il vino è buono. Lui ci riempirà di complimenti, saprà far risaltare la centralità del tema trattato, riuscirà a sottolineare il fiuto con cui il comitato editoriale ha selezionato il nostro manoscritto. Ci sembra troppo facile, chi si loda s’imbroda diceva il mio professore alle medie, ma tant’è che accettiamo e ci mettiamo subito sotto con la comunicazione dell’evento.
Nel giro di 2 settimane abbiamo comunicato l’appuntamento ad amici e parenti, colleghi di lavoro, gruppi ed associazioni interessate all’argomento, alcuni conoscenti e qualche estraneo di passaggio.
Mancano 2 giorni al fatidico incontro che i nostri più cari amici si defilano con la scusa di un incontro di cucina imperdibile perchè si fa il macrobiotico. Un’altra ha lezione di yoga, una coppia che conosciamo da tempo deve andare ad un battesimo (alle 18:30?), un amico va con famiglia all’estero, una ex collega fa finta di non ricordarsi la data, alcuni neppure aprono l’invito o rispondono alla mail.
Nonostante ciò, la mattina della presentazione ci sentiamo pronti ad ingaggiare la nostra buona battaglia politica in favore delle giovani coppie, dei giovani genitori, in definitiva in un delirio di mastodontica potenza mediatica, di difendere ciò che di più sacro abbiamo al mondo, i nostri figli.
è primavera, c’è il sole e non ci sono grandi eventi sportivi a competere.
Compriamo il giornale e troviamo la segnalazione del nostro reading.
Ci sentiamo rinfrancati, in effetti avevamo pensato male dei nostri editori ed invece l’ufficio stampa si sta impegnando. Così ci rabbuoniamo e ci presentiamo puntuali alle 18 davanti alla libreria che deve ospitarci.
Ci sono due persone fuori che aspettano. Dentro altre 3. Una è il nostro direttore editoriale, l’altro l’ufficio stampa, la terza mi sembra la fidanzata di uno dei due. Molto professionalmente siedono al bancone e fanno l’aperitivo.

Ci salutiamo e poi andiamo a fare gli onori di casa che loro  non ritengono di dover fare.
L’DE non si smuove di un millimetro. Idem l’ufficio stampa.
Chiacchieriamo in attesa che la mezz’ora di tolleranza faccia arrivare i ritardatari.
Arriva in compenso un amico che è in netto ritardo sull’appuntamento successivo. Lui ci fa un pò fretta, deve andare ad una commemorazione funebre e ci sentiremmo drammaticamente in colpa se arrivasse , come si dice, a corpo freddo.
Inoltre, date le esigue presenze, preferiremmo evitare che vada via anche lui e ci avviciniamo al divanetto su cui dovremo sedere.
I pochi invitati, neppure 10, prendono posto.
Aspettiamo.
Il direttore editoriale sorseggia lento un bianco che ad occhio e croce direi si tratti di un pecorino.
La gente aspetta.
Prende con una lentezza mostruosa una tartina.
Gli autori aspettano.
Ingurgita una oliva.

Quando arriva sono tutti un pò spazientiti. Noi celeri e precisi andiamo subito a sederci.
Conosciamo tutti i presenti escluso un pelato con ottimi gusti d’arredamento considerando la busta che ha in mano.
Il DE prende il microfono e fà: il non ero sicuro di venire per una questione politica. Questa catena di librerie sta facendo molti licenziamenti.
Noi ci guardiamo spaesati.
Poi lui riprende, ma ho deciso di venire perchè tanto non mi cambia nulla, al massimo vendiamo due copie del libro.
Taciamo.
Penso all’oroscopo e mi viene da pensare che segno sarà questo? Sorvolo sulla mia risposta interiore.
Allora, dice lui, in questo paese la gravidanza è una malattia e io ho tanti mobili ikea, facendo una summa incomprensibile di alcuni argomenti fondamentali trattati nel libro, rispettivamente la malasanità e la mancanza di politiche dirette alla famiglia.
Mi passa il microfono.
Vorrei focalizzare i punti per me fondamentali, quelli prettamente civili e politici.Inizio il mio monologo sull’insensibilità della società verso la difesa della procreazione. Sciorino una serie di concetti legati al disinteresse diffuso, alla mancanza profonda di volontà di tutelare la famiglia.
Lui interviene dicendo si ma il libro è molto divertente e prende una pagina a caso e la legge con uno stile fantozziano degno di riguardo. Si tratta di uno dei passaggi più seri del testo, sennonchè una delle cose più sentite e forse autobiografiche dell’intero scritto.
Dico: scusa ma l’hai letto come una barzelletta.
Si dice lui, vedi che fa ridere?
con quel tono fa ridere anche la didascalia sul boccione del detersivo.
Attenta a quello che desideri, potresti ottenerlo, penso tra me e me.
Lui riprende, legge un altro estratto e poi mi domanda se il parto è stata un’esperienza divertente.
Vorrei dirgli che sarei felicissima se potesse scoprirlo da solo ma glisso la domanda e ricomicio con il monologo.
Lui interviene nuovamente. In un libro divertente non si parla di crisi sociale, sembra voler affermare ad ogni battuta, e ci lancia occhiate come a dire: se non la buttiamo sul ridere queste benedette due copie finisce che non le vendiamo.
Afferrato il concetto strategico ridiamo spezzando un singulto.
Quando prende la tangente divagando su alcuni aspetti molto personali della sottoscritta e molto estranei al libro decido di porgli una domanda per riequilibrare la questione:
scusi, ma perchè a pubblicato questo libro?
Tu vorresti una risposta romantica…
Mi accontenterei di una risposta intelligente penso in un lampo.
Abbiamo pubblicato questo libro perchè dobbiamo fare cinque titoli di varia all’anno!
Ah!
Attenta a quello che desideri, potresti ottenerlo:
volevo una presentazione, l’ho avuta.
Volevo una risposta, l’ho avuta.
Vorrei non aver voluto entrambe le cose.
Il resto è frizzi e lazzi. Offriamo da bere noi agli astanti perchè per l’editore siamo uno dei cinque libri di varia quindi non è il caso di investire 10 euro in una bottiglia di vino. Quando non ne possiamo proprio più proponiamo di chiudere con la lettura di un capitolo e proprio quando la mia autostima è finita ad altezza maiolica del bagno ascolto le nostre parole lette in quella sala semideserta.
Mi ritornano alla mente i motivi per cui si scrive una storia.
Se frequentate un corso di narrazione è probabile che sentirete la storiella secondo cui fin dalla notte dei tempi l’uomo si è diviso i compiti: qualcuno caccia, altri raccolgono la frutta e infine c’è chi ha il ruolo di raccontare.
Raccontare è dare un senso, mettere in connessione, interlacciare eventi, ed avere bene a mente un rapporto diretto tra causa ed effetto consente di comprendere a pieno le proprie e le altrui azioni.
Non stiamo parlando solo di commercio, produrre un libro non è produrre pasta. Vendere un libro è vendere un seme che poi cerca il suo percorso all’interno del lettore. Sulle idee fortunatamente non si può fare il 3X2 e a prescindere dalla qualità o meno del nostro libro, noi non siamo solo uno di quei 5 libri di varia dell’anno!


Piccolo concorso “La letteratura non conta niente”: primo racconto selezionato

 

ANNA E IL BAMBINO

di Filomena Pucci

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La vita precaria ormai le faceva paura, dopo un anno di dedizione convinta alla causa della scrittura, cominciava ad avere dubbi sul suo destino di scrittrice in potenza. “Chi sono io?” era la domanda che la svegliava di notte da settimane e che non la faceva più riaddormentare fino a dopo l’alba. Quel primo sabato di maggio però si era svegliata benissimo, aveva finalmente dormito una notte intera, e aveva aperto gli occhi fiduciosa sul suo futuro, e sul lunedì che l’aspettava dopo quel week end. Aveva inforcato la sua bicicletta per andare a quel brunch letterario, e assistere alla presentazione di un nuovo libro, un piccolo caso, di sicuro successo. Si, si diceva, questa è la vita, curiosità e apertura, fiducia e amore, mai più quella paura di vivere che l’aveva attanagliata in quegli ultimi giorni. Era arrivata all’indirizzo della presentazione, e prima di salire aveva gettato un’occhiata veloce al suo cellulare, per vedere se era arrivato caso mai, qualche messaggio inaspettato, ma niente, come al solito, niente. Fiduciosa e sorridente era comunque salita quarto piano del palazzo. Sulla soglia della porta aveva visto una casa assolata, piena di gente e bambini. Tanti bambini. Già, perché quelli della sua età cominciano a fare bambini e malgrado lei non pensi di avere i geni della madre, è inevitabilmente attratta da quei cuccioli. Sarà per questo, che fatti tutti i saluti, si trova improvvisamente tra le braccia la figlia di un’amica: Margherita appena due anni, figlia di quella sua amica che, così per caso aveva scritto un libro, che era diventato un best seller, mentre lei, inutile dirlo, il romanzo su cui aveva lavorato per tre anni, nemmeno riusciva a farlo leggere agli editori giusti. La sua amica però le diceva di continuare a tenere duro, perché le cose belle accadono in un istante, quando meno te lo aspetti. Come era successo a lei che dopo il libro aveva pure avuto quel piccolo cucciolo di donna. Con Margherita tra le braccia sentiva la leggerezza di quell’esserino come se fosse la sua, come se fosse stata lei quel bambina beata e allo stesso tempo lei, la madre che ne aveva cura; era una sensazione strana ma che le metteva serenità. E poi lei lo sapeva benissimo che non era affatto tutto rose e fiori, se le ricordava ancora le fatiche di sua madre. Addirittura una volta da qualche parte aveva letto che i neonati, come tutti i cuccioli di animali, sono così irresistibili proprio perché devono innescare in chiunque li guardi un sentimento di protezione e di cura. Non poteva che essere così, ne valeva la loro sopravvivenza. Ecco un bluff anche loro, proprio come le aveva spiegato sua madre. Ancora con quella bambina tra le braccia e dopo averne apprezzato per un altro breve istante, la sua sconvolgente leggerezza, Anna si aggira tra gli invitati alla ricerca della legittima madre, a cui riconsegnare il peso di quella responsabilità. Adesso leggera, delle sue braccia vuote va a cercare in cucina un bicchiere di vino rosso. Le persone continuano ad arrivare, è quasi l’una di un sabato di maggio, e molti di quelli che arrivano, sono carichi di bambini e carrozzine. A quanto pare quell’orario invita i neo genitori ad uscire allo scoperto con i loro cuccioli e quella presentazione, sembra a metà con una festa per bambini. Arrivano in tanti, anche nomi importanti di quelli che lei un po’ ammira e invidia insieme. Nel grande salone continuano i preparativi tecnici per la presentazione, casse, microfoni, leggii. Mentre aspetta un po’ annoiata, con fare disinteressato, controlla di nuovo il cellulare nella sua borsetta, nessuna messaggio inaspettato è arrivato. Se lo ripete mille volte al giorno di non fare quel gioco, che poi ci rimane male, senza che nessuno le abbia fatto male, eppure la tentazione è irresistibile.

E’ una splendida giornata di maggio, un uomo con il cravattino rosso, anche lui accompagnato da una figlia, in età di scuola elementare, le sia avvicina e la saluta. E’ un critico letterario, di quei geniacci che leggono tutto, e con sprezzo del lavoro e della fatica, riescono a fare mille progetti interessanti. Ha letto il suo romanzo, e le dà alcuni suggerimenti su come migliorarlo, è gentile, ma non come lei avrebbe bisogno. Mentre parla, la sua bambina gli si struscia alle gambe e lui amorevolmente le accarezza i capelli e le sorride. Pensa che in quel momento preferirebbe essere quella ragazzina, piuttosto che la scrittrice in potenza, di cui tutti aspettano l’esordio. Ma si ricorda dei buoni propositi con cui si era svegliata, curiosità, fiducia, amore, e con la scusa di prendere un altro bicchiere si allontana da lui e dalle sua inespugnabile perfezione.

Gironzolando per casa con il piatto stracolmo di rustici alla ricotta, ancora una volta la sua attenzione è attirata da un bambino. Sta solo in un angolo, composto e silenzioso, un piccolo uomo in camicia e giacca blu. Seduto con il suo piattino, mangia piano, piano cercando di non sporcarsi, raccogliendo le briciole agli angoli della bocca. Mentre lo guarda, la mamma di Margherita le si avvicina e le sussurra alle orecchie: “E’ il figlio di quella scrittrice” indicando con il mento, una donna bionda e segaligna, con le labbra rifatte che sta parlando con l’organizzatore della presentazione. “E’ quella che vincerà lo Strega, già si sa”, spiega ancora la madre di Margherita, che intanto sorride beata tra le sue braccia. “Un libro più odioso non lo poteva scrivere, eppure tutti la corteggiano, pensa, pare che abbia già firmato per il prossimo libro con ****” L’organizzatore intanto, non fa che dire si con la testa, sembrano quasi inchini, quella donna a meno di 5 metri di distanza incute terrore.  Per fortuna Anna sta più lontana.

Finalmente la presentazione ha inizio, inutile dire che la protagonista è la futura vincitrice dello Strega. L’atmosfera diventa rapidamente seria, e Anna con il suo piattino di rustici in mano si sente improvvisamente a disagio, per questo mentre gli altri si siedono, corre in cucina per posare il piatto da qualche parte. Quando ritorna nella sala, tutti i posti sono già presi e in religioso silenzio, l’organizzatore sta per presentare la scrittrice. In piedi in fondo alla sala, Anna si guarda intorno, il figlio della scrittrice non è più seduto al suo posto, di lui resta solo una fetta di torta al cioccolato morsa e abbandonata sul piattino, poggiato sulla sedia, accanto al tovagliolo bianco che prima aveva sulle ginocchia. Gli altri bambini hanno smesso di giocare e sono seduti diligentemente sulle ginocchia di mamma e papà, solo il frignare contenuto di un neonato, interrompe la voce monotona della scrittrice, che legge le pagine che le hanno meriteranno il prestigioso premio. La sua amica aveva ragione, quel libro e pomposo e provocatorio, scritto da qualcuno che non ha nulla da perdere, Anna vorrebbe andar via. Mentre il silenzio incombe un pianto lontano si insinua nelle sue orecchie, Anna si guarda intorno ma non vede nulla. Nessun altro sembra avere percepito alcunché, tutti presi dalla noia di quella futura scrittrice famosa, solo lei continua a sentire quel lamento represso. Indietreggiando lentamente, sente sempre più chiaro quel pianto provenire dal bagno in corridoio. La porta è solo accostata e sbirciando all’interno della stanza da bagno, Anna intravede il figlio della scrittrice davanti al lavabo con la camicia bianca inzuppata d’acqua, con la quale il bambino sta cercando goffamente di pulire una macchia di cioccolato. Il bambino appena la vede entrare, sgrana gli occhi terrorizzato, e solo un enorme sorriso di Anna sembra tranquillizzarlo per un attimo. Ricomincia a piangere e le racconta che lui non voleva sporcarsi, che era stato tanto attento, però la cioccolata era scivolata e lui non se ne era nemmeno accorto, e adesso doveva pulire tutto, se no la mamma si arrabbiava tantissimo. Anna gli sorride e prova a spiegare al ragazzino che non importava, che la mamma avrebbe capito, ma a quelle parole il bambino ricomincia piangere senza consolazione, “No, no, mamma s’arrabbia. Avevo promesso, non mi dovevo sporcare, poi non mi vuole più bene.” Un moto inaspettato di Anna la fa avvicinare al bambino, lo abbraccia e comincia ad accarezzarlo sui capelli. “Certo che ti vuole bene mamma, mamma ti vuole sempre bene, anche se a volte va di fretta e dice le parole con la voce alta. Mamma ti vuole sempre bene anche se non te lo dice tutti i giorni, anche se non ti fa sempre le carezze. Perché le mamme altrimenti non si chiamerebbero mamme, la tua ti vuole tantissimo bene” Il bambino con la camicia bagnata, guarda Anna interrogativo per un attimo, sarebbe bello credere alle sue parole, poi la paura lo riacchiappa e ricomincia a piangere grossi lacrimoni. Anna allora gli propone di levarsi la camicia, ci penserà lei a risolvere tutto. Il bambino tirando su con il naso, si sfila la piccola giacca blu e poi passa la camicia ad Anna, che si sbriga a lavarla con la saponetta e poi con il phon inizia ad asciugarla. Il bambino quando capisce quello che sta succedendo finalmente esplode in un sorriso e si asciuga le lacrime con il dorso delle mani. Il tempo passa e fuori la presentazione prosegue. Applausi, interventi, complimenti, una presentazione infinita. E per fortuna, altrimenti quella camicetta non si sarebbe mai asciugata. Quando il bambino si è ricomposto nella sua divisa di piccolo uomo, Anna sbircia fuori dalla porta per controllare che non ci sia nessuno fuori, e poi gli fa segno di uscire, lui va di corsa accanto alla madre, le prende la mano e aspetta fiducioso una carezza. La scrittrice, finalmente prende in braccio il bambino, e lo presenta a tutti come il suo gioiello. Anna lascia defilata la presentazione, senza salutare nessuno, sulla soglia di casa saluta da lontano il bambino, ma il piccolo nemmeno se ne accorge, tanto è felice di stare braccio alla madre, che gli vorrà sempre tanto bene finché sarà il bambino perfetto che non si sporca mai, nemmeno con la cioccolata.


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