Gli autori del 12 febbraio: Raffaelle Mozzillo

 (Il quarto autore che sarà presente sabato 12 febbraio, nel nuovo appuntamento di Citofonare Interno 7, e che vi presentiamo in questo spazio attraverso un suo testo è Raffaele Mozzillo. Il presente racconto è apparso sul numero 51 della rivisa Nuova Prosa)

 

Vernice

(storia di graticola e tensione)

di Raffaele Mozzillo

 «Scavare un poco ogni giorno aiuta a passare il tempo»

(W. S. Burroughs – Pasto nudo)

 

1.

Arrivato in stazione mi sono reso conto sul serio di quanto caldo facesse. La stazione di Napoli Centrale mi è apparsa come un’immensa caldaia svuotata di acqua in cui però continuavano a risalire dal fondo i vapori. Un’afa da impazzire fino a desiderare di essere nudi. Il treno è arrivato “quasi” in orario per la ripartenza. Il capotreno appena sceso dal treno ancora in rallentamento ha fischiato come un forsennato alle quattordici e trentasei. Quel fischio prolungato mi ha dato sollievo. Il treno stava già riprendendo il suo viaggio. Manco il tempo di arrivare e già se ne andava. Per tutto il viaggio mi ero lamentato dei sedili troppo duri. Del culo che mi si addormentava ogni dieci minuti. Del collo che mi penzolava quando riuscivo ad addormentarmi e poi mi svegliavo di soprassalto perché i muscoli il collo non lo reggevano proprio più. Un filino di bava a un certo punto mi è colato dall’angolo della bocca fino al mento. Dormivo con la bocca semiaperta sulle adenoidi inutilmente operate. Le labbra erano arricciate e secche tranne l’angolo inumidito dalla bava. Mi sono asciugato in fretta col dorso della mano. Poi mentre mi strusciavo le mani umide sui pantaloni mi sono guardato intorno per capire se qualcuno m’avesse visto e mi sono aperto il giornale davanti. Stavo morendo di sete quando è arrivato quel fischio prolungato – il primo di tanti a seguire – che annunciava l’arrivo in stazione e annessa ripartenza (giusto il tempo di buttarsi dagli scalini e stare attenti a non inciampare e cadere all’indietro). Tutto quel fischiarmi intorno. La gente che andava e veniva mi investiva con valigie pesanti e odore di sudore sotto le ascelle. Forse sarò stato io a farmi impressionare da quell’inferno. Resta che il treno stava già ripartendo quando io ho alzato gli occhi verso il grande atrio della stazione per mettere a fuoco la direzione d’uscita. Le ruote hanno ripreso a girare sferragliando come sotto sforzo. Poi aumentando di giri andavano riprendendo la loro velocità. Il sole era venuto a coprire col suo manto il ferro della nostra carovana qualche chilometro prima. Nonostante l’aria condizionata una pioggia di calore si era scaricata su tutti i vagoni rendendoli simili a forni. Forni per il take-away che ti portano il cibo caldo appena cotto direttamente a casa via ferrovia. Mentre il treno perdeva velocità – quando stavo ancora arrivando – ho posato il giornale sul sedile vuoto a fianco e mi sono messo a guardare la periferia napoletana fuori dal finestrino. Case tra le tubature delle fabbriche. Scarichi tra i tetti di condomini. Un intreccio esasperante di camerette per bambini e reparti di stoccaggio. Un accavallarsi di ciminiere e antenne. Di panni stesi e camere di pressurizzazione.

 

«Ma che ci sei venuto a fare?», è questa l’unica cosa che è stato capace di dire mio padre quando gli sono andato incontro tutto sudato. Mi ha guardato senza sorpresa, come se fosse rimasto lì, in quello stesso punto per quindici anni aspettando il mio ritorno, avrà pensato “tanto prima o poi torna” durante tutto quel tempo e intanto che pensava aspettava, invecchiava, i capelli si facevano grigi, le gambe si piegavano e la faccia diventava come ora la vedo mentre mi dice «Ma che ci sei venuto a fare?». “Ho dimenticato il portafogli sul comodino”, mi sarebbe scappato da dire e lui, ne sono certo, mi avrebbe fatto entrare, andare su in camera mia – ancora uguale a come l’avevo lasciata, con ogni probabilità –, prendere questo cazzo di portafoglio che avevo dimenticato e andare via di nuovo senza battere ciglio, come se tutto – mia madre che muore, io che me ne vado, lui che rimane solo – fosse successo appena una quindicina di secondi prima. Invece sono appena una quindicina di anni prima, e uno di noi due pare non essersene reso conto. «Niente… è che volevo…», riesco a farfugliare, ma mi fermo perché nessuno mi sta a sentire. È vuoto, gli occhi fermi, l’espressione come una maschera di gomma, i piedi stanchi ma ben piantati su quel poco di spazio che è la sua vita di sempre. Mi fermo lì, anch’io come lui i piedi ben piantati su quel poco di spazio che era la mia vita che ho lasciato, a guardarlo scatarrare forte, sputare con sdegno ma con una certa abitudine, dirigere lo sguardo, appena un attimo, sulla chiazzetta di sputo – striata, rossa di sangue, verde di non-so-che – e poi di nuovo dov’era, nel vuoto.

 

Mio padre: Gran Lavoratore. A sedici anni già faticava per dodici ore di fila in una fabbrica di vernici alle porte di Napoli. La fabbrica si chiamava La Rodiathoce e stava a Casoria. Ora è completamente dismessa. Ci lavorava ancora quando conobbe mia madre all’età di vent’anni. Lei lo sposò soprattutto per questo. Perché lui era sul serio un gran lavoratore. Era l’inizio degli anni Settanta e col boom economico tutti dalle mie parti volevano farsi una casa di proprietà. «Minimo. Senza casa che ti sposi a fare?». Così si fecero la casa con i soldi messi da parte con lo stipendio sicuro che arrivava ogni mese nelle loro tasche. Riuscirono a farsi pure la macchina nuova. Una Alfasud Blu. Tutto pareva a posto tranne per il particolare che non riuscivano a avere bambini. Era un problema. «Se non fai un figlio che ti sei sposato a fare?». E allora veniva fuori una nuova questione. Poi arrivai io a zittire le voci di paese. Dopo sette anni di matrimonio ché il ventre di mia mamma non voleva saperne di gonfiarsi. Duemilacinquecentocinquantacinque giorni. Arrivai io e gridarono al miracolo. Così anche i miei genitori in quegli anni si convinsero che se volevano potevano veramente avere tutto. Il miracolo in effetti ci fu. Io ero nato. Solo che dopo di questo la vita prese una direzione inattesa. La vita della mia famiglia intendo. E dopo un miracolo nessuno se lo aspetta. Ti senti miracolato a vita e allora pensi che ti sei sistemato. Invece mia madre venne a scoprire la verità sul Gran Lavoratore. Un giorno alle orecchie degli operai giunse la voce che in quella fabbrica si moriva di cancro. Operai che prima erano lì a faticare erano spariti all’improvviso e non si sapeva che fine gli avevano fatto fare. Poi la voce si era fatta più convincente diventando più voci, un cicaleccio corale, e mio padre non ci pensò nemmeno un secondo. Anche se erano solo ancora delle chiacchiere tra reparti lui lasciò il suo posto scappando via come una scheggia. Si lasciò dietro una scia di gas tossico che non lo ha lasciato più, neanche dopo tutti questi anni fuori da quel barattolone di vernice che era la fabbrica della Rodiathoce a Casoria. Le chiacchiere alla fine furono messe a tacere e chi aveva cianciato rimase da solo a tossire dentro la propria casa.

 

2.

Quando le esistenze si incontrano fanno di tutto per distanziarsi l’una dall’altra, il prima possibile. È come una conseguenza naturale dell’incontro, il fatto di allontanarsi in fretta, velocemente, come negli incroci stradali, attraversati e dimenticati. Le estati calde non aiutano gli incontri, l’aria è poca e a farci caso tutti si tengono lontani, mantengono le distanze, c’è una difficoltà latente che viene in superficie, come il caffè quando l’acqua comincia a bollire e allora sale e si fa tutta nera e fumante. Il sudore, l’afa e il senso di inadeguatezza sono le cause di una miriade di fallimenti umani, della fine degli amori in particolare, come se col freddo si sentisse un assoluto bisogno di tenersi vicini, riscaldarsi a vicenda, aiutarsi a tenersi stretto il calore. Il caldo, a quanto pare, è la fine di tutto. Io invece proverei a cominciare da qui: da questo caldo afoso e spossante che mi blocca il respiro, mi si gonfia la pancia e non riesco nemmeno a parlare, a dire che, nonostante tutto, sono tornato, rivedo ogni cosa lasciata: sebbene abbia bisogno di scappare via, io ritorno qui, dove sono partito. Era l’estate del 1986. Durante quell’ultimo periodo gli erano appena spuntati i peli sul pube. Io li accarezzavo, li lisciavo, mi chiedevo perché su una pelle così bella, bianca, pulita dovessero venire fuori quegli spuntoni fetenti. Le accarezzavo le cosce, il ventre, disegnavo i suoi seni provando a stringerli tra le mani inutilmente – troppo piccoli per essere presi. I capezzoli, però, erano turgidi al tatto. Il mio primo orgasmo l’ho avuto così, toccando quel corpo. Il suo, anche lei forse l’avrà avuto così, mentre io le toccavo i seni e lei si strusciava violentemente il clitoride che ho imparato a conoscere solo molti anni dopo, e non con lei. Quello era un segreto, solo per lei, una cosa sua. Quella volta che è arrivato il mio orgasmo, come dal nulla – ieri niente, oggi guarda cosa succede –, lei non se n’è accorta subito impegnata com’era a trastullarsi da sola. Poi però, dopo, quando l’ha vista, la mia mutanda bagnata davanti, le è venuto fuori una strana espressione, si è rattristata. Si è tirata su le mutande, mi ha dato un bacio a una guancia, è andata via quasi di corsa. Così. È stata l’ultima volta che ci siamo toccati, o meglio, l’ultima volta che lei si è fatta toccare. Avevo appena compiuto dodici anni. Lei quasi undici. Mi disse che l’avrebbero presa in giro se l’avessero vista con un ragazzino come me, «nu’ muccusiello», disse. Io? E lei, invece? Dopo qualche giorno la vidi con uno, lo abbracciava da dietro su un Sì con la marmitta truccata, faceva un rumore così rumoroso, un fastidio così fastidioso… “E quello”, avevo pensato, “non ce l’ha pure lui come il mio?”. Quel giorno lì, il giorno che lei si è staccata le mie mani dal corpo, faceva un caldo che a sentirselo addosso ti viene voglia di metterti a piangere, ma sei abbastanza disidratato da non riuscire a farti venire le lacrime agli occhi.

 

Alle madri si addossano ingiustamente tutte le colpe, come se fossero loro, da sole, a scegliersi la responsabilità della filiazione. Sì, perché i figli nascono da un rapporto, si sa, da un contatto, eccome, ma innanzitutto dall’incontro, e dallo scontro, tra due esseri diversi… Perché esseri diversi? Non potremmo essere tutti uguali? Le domande così me le facevo a dodici anni, quando mi immaginavo che io non ero come gli altri, allora mi chiedevo e mi convincevo che forse se fossimo stati tutti uguali il dolore – o il piacere, è indifferente – sarebbe stato distribuito in parti uguali. E allora me lo chiedevo e mi convincevo sempre di più che quella fosse una domanda a cui qualcuno doveva pur dare una risposta. E quel qualcuno alla fine dovevo essere io. E di fatti è stato così.

 

L’utero è come un buco nero nell’universo: quando lo si attraversa si passa da una realtà parallela all’altra. E nella nuova dimensione, chi ti accoglie lo sa fin troppo bene da dov’è che tu vieni. Sei tu che non ne sai nulla. La venuta al mondo di un nuovo essere dovrebbe portarsi dietro un lungo velo di sposa fatto solo di gioia. Invece per me, ho capito, è stato diverso. E non solo per come ero arrivato, ma nel senso che a volte ci sono dei fatti che arrivano a interferire con altri che stanno succedendo proprio allora o che avevano cominciato a succedere un po’ prima. Così questi fatti si scontrano tra loro e l’effetto che si ha è una tragedia. Come fare un gran bel disegno tutto colorato e poi senza che tu possa farci niente qualcuno o qualcosa ci fa cadere sopra una bella chiazza di vernice nera. La vernice. Bene. È successo che il bel disegno che ero io con la mia nascita è stato ricoperto dalla pesante e torbida vernice della fabbrica dove lavorava mio padre. La vernice tossica della Rodiathoce. Il suono del mio pianto di bambino era taciuto dallo scatarrare della tosse di papà. Il Gran Lavoratore di casa peggiorava sempre di più. I polmoni lo stavano lasciando. Ormai stufi di assorbire tutto quello schifo di muchi che gli nascevano dentro, pareva avessero deciso di interrompere ogni forma di attività. Aveva cominciato prima uno, poi l’altro a ingolfarsi. Il respiro pesante era ormai il suono del suo corpo: dove passava lui sentivi quel fischio gutturale che lo seguiva, dovunque. Ha continuato così per anni. Non si è mai fermato, però. I suoi polmoni ingolfati continuano a fare fumo, come le vecchie Fiat 128, fumo fumo fumo, non si fermano mai.

 

Quello che credo, ora, è che sia il caso di dirle le cose, di farle presente. Cose del tipo, «Perché hai lasciato che lei andasse via?» o «Perché non te ne sei andato tu?», ma la voce arranca davanti a quest’uomo che – è quello che credo sia l’impressione che fa – ha fatto del vuoto il suo pieno, si è arroccato dietro la sua malattia e resiste resiste resiste. Dovrei lasciarlo qui, dov’è, voltare le spalle e andarmene via, senza dir nulla, senza chiedere niente. Che senso ha tutto ciò? Sono io il figlio di quest’essere qui davanti, immobile ma non innocuo, pericolosamente fermo e invincibile? Ce l’ho con lui perché era lui che doveva morire, con la sua malattia, se lo aspettavano tutti. Lui era quello che se ne stava andando, come altri duecentocinquanta e passa colleghi suoi della fabbrica. Che poi se ne sono andati, morti con i polmoni ammuffiti dalla vernice della Rhodiatoce, soffocati da muchi dai colori più diversi, da odori insopportabili. E, invece, eccolo qui, davanti a me, col suo respiro gutturale, col suo fischio che gli viene fuori quando respira, con due spugne secche che sono i suoi polmoni quando ancora tira dentro la vita, perché lui ancora ce l’ha questa vita, mentre lei, mia madre, lei non doveva essere lì, e non dovrebbe essere dov’è. Lei dovrebbe avercela ancora, la vita. Invece è successo che a guardarmi intorno ho visto la porta di casa sua, di Antò. Allora mi è tornato alla mente tutto il passato che pareva non essere mai accaduto, come una fantasia che hai avuto da piccolo e allora non sai, quando ci pensi, se è accaduto sul serio o è proprio così, una fantasia. E così mi sono confuso, ho pensato a mia madre, al fatto che se n’è andata, poi ho pensato a Antò, al sesso ingenuo che facevamo da piccoli, e allora così, adesso mi sono confuso e ho detto a mio padre «Posso usare il tuo bagno, mi sto pisciando sotto…». La camera mia, ne sono sicuro, è rimasta com’era, non è stato spostato assolutamente niente, il poster di Maradona ancora lì, attaccato alla porta, il “pibe de oro” con i suoi riccioli folti, i muscoli tesi, il pallone attaccato al piede, il San Paolo pieno di gente. Sarà tutto lì, solo io manco. Ho voglia di fumare ma mi fa strano accendere una sigaretta, come se avessi ancora da nascondere il vizio del fumo a mio padre, una forma di soggezione che non vuole passare. Guardo giù, in fondo al palazzo, verso la porta, e vedo lei, Antò. Si muove ancora come una volta, ancheggia più a sinistra che a destra, la testa china, i capelli che cadono pesanti, da un lato, dall’altro sono dietro l’orecchio, un occhio le rimane coperto. “Come sarebbe bello giocare ancora con lei”, penso, ma me ne vergogno e ritiro tutto il pensiero. “Cosa mi vien da pensare, a questa età, ancora giocare…”. Mio padre è sempre lì, immobile. Non mi risponde. Io lo so che è lui, c’è solo lui qui, ma quello che non capisco è se è vero tutto questo che sta accadendo. Lei non alza la testa, ci passa di fianco a me e a mio padre, e esce dal gioco. “Io non capisco”. Intanto ho la vescica che sta per esplodere. Faccio finta di niente, mi sposto ostentando naturalezza e indifferenza, ma mi muovo di corsa. Vado dietro al portone e piscio sul muro. Esplode la mia vescica. Mi viene da piangere. Quante volte lo avrò fatto da piccolo, proprio qui, su questo muro fetente e ammuffito.

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