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Citofonare Interno 7 – sabato 17 settembre ore 19,30, Via di Porta Maggiore 71 – Roma

 
CITOFONARE INTERNO 7
SABATO 17 SETTEMBRE ORE 19,30
VIA DI PORTA MAGGIORE 71 – ROMA

Un nuovo appuntamento che porta, nel clima conviviale di un salotto, la lettura di alcuni passi di libri inediti e uno spettacolo musicale live. Con Citofonare interno 7 l’aperitivo si fa a casa e l’intimità domestica si trasforma in condivisione culturale.
… Citofonare Interno 7è un vero e proprio reading-mob che mobilita la cultura e la offre a domicilio. Il format è stato ripreso diverse volte a Roma,proponendo reading di testi inediti di scrittori con intermezzi di musica d’autore, in un’abitazione messa a disposizione della collettività. Dopo il successo dell’appuntamento di giugno, gli organizzatori (Girolamo Grammatico, Rossano Astremo e Cristiano Peluso) accolgono nuovamente i propri ospiti in un’accogliente terrazza in Via di Porta Maggiore 71, a Roma.
Al fianco della letteratura e della buona musica, l’evento si fa portavoce di integrazione e solidarietà: Citofonare Interno 7 sarà, infatti, l’occasione per presentare l’attività di Shoot 4 Change, organizzazione nonprofit che si occupa di realizzare campagne fotografiche per documentare realtà che spesso sono dimenticate o taciute dai media mainstream.

Saranno presenti, tra gli altri:

Reading
Vins Gallico ha pubblicato “Portami rispetto” (Rizzoli, 2010)
Francesco Pacifico ha pubblicato “Il caso Vittorio” (minimum fax, 2003) e “Storia della purezza” (Mondadori, 2010)
Carola Susani ha pubblicato, tra le altre cose, “Pecore vive” (minimum fax, 2006), “L’infanzia è un terremoto” (Laterza, 2008) e Mamma no mamma(Feltrinelli, 2009) – con Elena Stancanelli –
Chiara Valerio ha pubblicato, tra le altre cose, “Ognuno sta solo” (Giulio Perrone Editore, 2007), “La gioia piccola d’essere quasi salvi” (Nottetempo, 2009) e “Spiaggia libera tutti” (Laterza, 2010)

Musica
Hellosocrate: Il gruppo composto da Gabriele Chiani, Alessandro Dimito, Danilo Di Gennaro, Tiziano Leonardi, Riccardo Pasquarella e Donato Russo. Si forma a Civitavecchia nel 2007. Del 2010 è il loro primo album, “Un forte giramento di testa”.

L’ingresso all’evento e il buffet sono liberi, con una sottoscrizione facoltativa per finanziare le attività dell’Associazione di promozione sociale La casa di cartone.
https://citofonareinterno7.wordpress.com/

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Citofonare Interno 7 a Milano: Comunicato Stampa

 

Citofonare Interno 7

26 marzo 2011

ore 19

Via Lazzaro Palazzi 3

Milano

 

Un nuovo appuntamento che porta, nel clima conviviale di un salotto, la lettura di alcuni passi di libri inediti e uno spettacolo musicale live. Con Citofonare interno 7 l’aperitivo si fa a casa e l’intimità domestica si trasforma in condivisione culturale.
Citofonare Interno 7 è un vero e proprio reading-mob che mobilita la cultura e la offre a domicilio. Il format è stato ripreso diverse volte a Roma e per la prima volta giunge a Milano, proponendo reading di testi inediti di scrittori con intermezzi di musica d’autore, in un’abitazione messa a disposizione della collettività. Dopo il successo delle passate edizioni, questa volta gli organizzatori (Girolamo Grammatico, Rossano Astremo e Cristiano Peluso) accolgono i propri ospiti in un appartamento di Via Lazzaro Palazzi 3, a Milano, nei pressi di Porta Venezia.
Al fianco della letteratura e della buona musica, l’evento si fa portavoce di integrazione e solidarietà, grazie alla collaborazione con l’associazione
La casa di cartone: Citofonare Interno 7 sarà, infatti, l’occasione per presentare l’attività del gruppo Trasgressione, equipe di psicologi e volontari che lavorano nei carceri di Bollate e San Vittore, a stretto contatto con i detenuti. Inoltre l’incontro sarà un’occasione per presentare il lavoro dell’associazione onlus Io Design.

Ecco gli scrittori della serata:

Cosimo Argentina è nato a Taranto nel 1963 e vive in Brianza dal 1990. È professore precario dal 1988 e ha insegnato in diversi istituti sparsi per l’Italia. Ha esordito con il romanzo Il cadetto (Marsilio) vincitore del premio Khilgren come migliore opera prima. Tra i suoi romanzi Cuore di cuoio (Sironi, 2004), Maschio adulto solitario (Manni 2008) e Vicolo dell’acciaio (Fandango, 2010).

Alessandro Bertante è nato ad Alessandria nel 1969, da sempre vive a Milano. Nel 2000 ha pubblicato il romanzo Malavida (Leoncavallo Libri), nel 2003 ha curato per la Piemme la raccolta di racconti 10 storie per la pace, nel 2005 è uscito il saggio Re Nudo (nda Press), nel 2007 il saggio Contro il ’68 (Agenzia x), nel 2008 il romanzo Al Diavul (Marsilio) e nel 2011 Nina dei lupi (Marsilio)

Giuseppe Genna, nato a Milano nel 1969, è uno dei più noti e importanti scrittori italiani delle ultime generazioni. Tra i suoi romanzi ricordiamo Nel nome di Ishmael (Mondadori 2001), Non toccare la pelle del drago (Mondadori 2003), Grande Madre Rossa (Mondadori 2004), Dies Irae (Rizzoli 2006), Hitler (Mondadori 2007) e Assalto a un tempo devastato e vile (minimum fax, 2010). I suoi libri sono tradotti in molte lingue.

Flavio Santi vive in campagna alle porte di Pavia. Alterna l’attività di traduttore (Balzac, Celan, Gifford, Kelman, Stone, Smith ecc.) a quella di libero docente universitario. È autore di libri di poesia, tra cui Rimis te sachete (Marsilio, 2001), Il ragazzo X (Ed. Atelier, 2004), dei romanzi Diario di bordo della rosa (PeQuod, 1999) e L’eterna notte dei Bosconero (Rizzoli, 2006), della raccolta di racconti La guerra civile in Italia (Sartorio, 2008). Il suo ultimo libro è Aspetta primavera, Lucky (Socrates, 2011)
Suoi racconti, romanzi e poesie sono tradotti in numerose lingue.

Musica

Ad esibirsi per il primo appuntamento milanese di Citofonare Interno 7 ci saranno i Missibilli (Giuseppe Braga, Lapo Calosi, Ferruccio Guerra ed Ettore Menguzzo)


L’ingresso all’evento e il buffet sono liberi, con una sottoscrizione facoltativa per finanziare le attività dell’Associazione di promozione sociale La casa di cartone.

 

Citofonare Interno 7

www. citofonareinterno7.wordpress.com

La casa di cartone

http://www.lacasadicartone.it


Citofonare Interno 7: video del reading del 12 febbraio


Gli autori del 12 febbraio: Raffaelle Mozzillo

 (Il quarto autore che sarà presente sabato 12 febbraio, nel nuovo appuntamento di Citofonare Interno 7, e che vi presentiamo in questo spazio attraverso un suo testo è Raffaele Mozzillo. Il presente racconto è apparso sul numero 51 della rivisa Nuova Prosa)

 

Vernice

(storia di graticola e tensione)

di Raffaele Mozzillo

 «Scavare un poco ogni giorno aiuta a passare il tempo»

(W. S. Burroughs – Pasto nudo)

 

1.

Arrivato in stazione mi sono reso conto sul serio di quanto caldo facesse. La stazione di Napoli Centrale mi è apparsa come un’immensa caldaia svuotata di acqua in cui però continuavano a risalire dal fondo i vapori. Un’afa da impazzire fino a desiderare di essere nudi. Il treno è arrivato “quasi” in orario per la ripartenza. Il capotreno appena sceso dal treno ancora in rallentamento ha fischiato come un forsennato alle quattordici e trentasei. Quel fischio prolungato mi ha dato sollievo. Il treno stava già riprendendo il suo viaggio. Manco il tempo di arrivare e già se ne andava. Per tutto il viaggio mi ero lamentato dei sedili troppo duri. Del culo che mi si addormentava ogni dieci minuti. Del collo che mi penzolava quando riuscivo ad addormentarmi e poi mi svegliavo di soprassalto perché i muscoli il collo non lo reggevano proprio più. Un filino di bava a un certo punto mi è colato dall’angolo della bocca fino al mento. Dormivo con la bocca semiaperta sulle adenoidi inutilmente operate. Le labbra erano arricciate e secche tranne l’angolo inumidito dalla bava. Mi sono asciugato in fretta col dorso della mano. Poi mentre mi strusciavo le mani umide sui pantaloni mi sono guardato intorno per capire se qualcuno m’avesse visto e mi sono aperto il giornale davanti. Stavo morendo di sete quando è arrivato quel fischio prolungato – il primo di tanti a seguire – che annunciava l’arrivo in stazione e annessa ripartenza (giusto il tempo di buttarsi dagli scalini e stare attenti a non inciampare e cadere all’indietro). Tutto quel fischiarmi intorno. La gente che andava e veniva mi investiva con valigie pesanti e odore di sudore sotto le ascelle. Forse sarò stato io a farmi impressionare da quell’inferno. Resta che il treno stava già ripartendo quando io ho alzato gli occhi verso il grande atrio della stazione per mettere a fuoco la direzione d’uscita. Le ruote hanno ripreso a girare sferragliando come sotto sforzo. Poi aumentando di giri andavano riprendendo la loro velocità. Il sole era venuto a coprire col suo manto il ferro della nostra carovana qualche chilometro prima. Nonostante l’aria condizionata una pioggia di calore si era scaricata su tutti i vagoni rendendoli simili a forni. Forni per il take-away che ti portano il cibo caldo appena cotto direttamente a casa via ferrovia. Mentre il treno perdeva velocità – quando stavo ancora arrivando – ho posato il giornale sul sedile vuoto a fianco e mi sono messo a guardare la periferia napoletana fuori dal finestrino. Case tra le tubature delle fabbriche. Scarichi tra i tetti di condomini. Un intreccio esasperante di camerette per bambini e reparti di stoccaggio. Un accavallarsi di ciminiere e antenne. Di panni stesi e camere di pressurizzazione.

 

«Ma che ci sei venuto a fare?», è questa l’unica cosa che è stato capace di dire mio padre quando gli sono andato incontro tutto sudato. Mi ha guardato senza sorpresa, come se fosse rimasto lì, in quello stesso punto per quindici anni aspettando il mio ritorno, avrà pensato “tanto prima o poi torna” durante tutto quel tempo e intanto che pensava aspettava, invecchiava, i capelli si facevano grigi, le gambe si piegavano e la faccia diventava come ora la vedo mentre mi dice «Ma che ci sei venuto a fare?». “Ho dimenticato il portafogli sul comodino”, mi sarebbe scappato da dire e lui, ne sono certo, mi avrebbe fatto entrare, andare su in camera mia – ancora uguale a come l’avevo lasciata, con ogni probabilità –, prendere questo cazzo di portafoglio che avevo dimenticato e andare via di nuovo senza battere ciglio, come se tutto – mia madre che muore, io che me ne vado, lui che rimane solo – fosse successo appena una quindicina di secondi prima. Invece sono appena una quindicina di anni prima, e uno di noi due pare non essersene reso conto. «Niente… è che volevo…», riesco a farfugliare, ma mi fermo perché nessuno mi sta a sentire. È vuoto, gli occhi fermi, l’espressione come una maschera di gomma, i piedi stanchi ma ben piantati su quel poco di spazio che è la sua vita di sempre. Mi fermo lì, anch’io come lui i piedi ben piantati su quel poco di spazio che era la mia vita che ho lasciato, a guardarlo scatarrare forte, sputare con sdegno ma con una certa abitudine, dirigere lo sguardo, appena un attimo, sulla chiazzetta di sputo – striata, rossa di sangue, verde di non-so-che – e poi di nuovo dov’era, nel vuoto.

 

Mio padre: Gran Lavoratore. A sedici anni già faticava per dodici ore di fila in una fabbrica di vernici alle porte di Napoli. La fabbrica si chiamava La Rodiathoce e stava a Casoria. Ora è completamente dismessa. Ci lavorava ancora quando conobbe mia madre all’età di vent’anni. Lei lo sposò soprattutto per questo. Perché lui era sul serio un gran lavoratore. Era l’inizio degli anni Settanta e col boom economico tutti dalle mie parti volevano farsi una casa di proprietà. «Minimo. Senza casa che ti sposi a fare?». Così si fecero la casa con i soldi messi da parte con lo stipendio sicuro che arrivava ogni mese nelle loro tasche. Riuscirono a farsi pure la macchina nuova. Una Alfasud Blu. Tutto pareva a posto tranne per il particolare che non riuscivano a avere bambini. Era un problema. «Se non fai un figlio che ti sei sposato a fare?». E allora veniva fuori una nuova questione. Poi arrivai io a zittire le voci di paese. Dopo sette anni di matrimonio ché il ventre di mia mamma non voleva saperne di gonfiarsi. Duemilacinquecentocinquantacinque giorni. Arrivai io e gridarono al miracolo. Così anche i miei genitori in quegli anni si convinsero che se volevano potevano veramente avere tutto. Il miracolo in effetti ci fu. Io ero nato. Solo che dopo di questo la vita prese una direzione inattesa. La vita della mia famiglia intendo. E dopo un miracolo nessuno se lo aspetta. Ti senti miracolato a vita e allora pensi che ti sei sistemato. Invece mia madre venne a scoprire la verità sul Gran Lavoratore. Un giorno alle orecchie degli operai giunse la voce che in quella fabbrica si moriva di cancro. Operai che prima erano lì a faticare erano spariti all’improvviso e non si sapeva che fine gli avevano fatto fare. Poi la voce si era fatta più convincente diventando più voci, un cicaleccio corale, e mio padre non ci pensò nemmeno un secondo. Anche se erano solo ancora delle chiacchiere tra reparti lui lasciò il suo posto scappando via come una scheggia. Si lasciò dietro una scia di gas tossico che non lo ha lasciato più, neanche dopo tutti questi anni fuori da quel barattolone di vernice che era la fabbrica della Rodiathoce a Casoria. Le chiacchiere alla fine furono messe a tacere e chi aveva cianciato rimase da solo a tossire dentro la propria casa.

 

2.

Quando le esistenze si incontrano fanno di tutto per distanziarsi l’una dall’altra, il prima possibile. È come una conseguenza naturale dell’incontro, il fatto di allontanarsi in fretta, velocemente, come negli incroci stradali, attraversati e dimenticati. Le estati calde non aiutano gli incontri, l’aria è poca e a farci caso tutti si tengono lontani, mantengono le distanze, c’è una difficoltà latente che viene in superficie, come il caffè quando l’acqua comincia a bollire e allora sale e si fa tutta nera e fumante. Il sudore, l’afa e il senso di inadeguatezza sono le cause di una miriade di fallimenti umani, della fine degli amori in particolare, come se col freddo si sentisse un assoluto bisogno di tenersi vicini, riscaldarsi a vicenda, aiutarsi a tenersi stretto il calore. Il caldo, a quanto pare, è la fine di tutto. Io invece proverei a cominciare da qui: da questo caldo afoso e spossante che mi blocca il respiro, mi si gonfia la pancia e non riesco nemmeno a parlare, a dire che, nonostante tutto, sono tornato, rivedo ogni cosa lasciata: sebbene abbia bisogno di scappare via, io ritorno qui, dove sono partito. Era l’estate del 1986. Durante quell’ultimo periodo gli erano appena spuntati i peli sul pube. Io li accarezzavo, li lisciavo, mi chiedevo perché su una pelle così bella, bianca, pulita dovessero venire fuori quegli spuntoni fetenti. Le accarezzavo le cosce, il ventre, disegnavo i suoi seni provando a stringerli tra le mani inutilmente – troppo piccoli per essere presi. I capezzoli, però, erano turgidi al tatto. Il mio primo orgasmo l’ho avuto così, toccando quel corpo. Il suo, anche lei forse l’avrà avuto così, mentre io le toccavo i seni e lei si strusciava violentemente il clitoride che ho imparato a conoscere solo molti anni dopo, e non con lei. Quello era un segreto, solo per lei, una cosa sua. Quella volta che è arrivato il mio orgasmo, come dal nulla – ieri niente, oggi guarda cosa succede –, lei non se n’è accorta subito impegnata com’era a trastullarsi da sola. Poi però, dopo, quando l’ha vista, la mia mutanda bagnata davanti, le è venuto fuori una strana espressione, si è rattristata. Si è tirata su le mutande, mi ha dato un bacio a una guancia, è andata via quasi di corsa. Così. È stata l’ultima volta che ci siamo toccati, o meglio, l’ultima volta che lei si è fatta toccare. Avevo appena compiuto dodici anni. Lei quasi undici. Mi disse che l’avrebbero presa in giro se l’avessero vista con un ragazzino come me, «nu’ muccusiello», disse. Io? E lei, invece? Dopo qualche giorno la vidi con uno, lo abbracciava da dietro su un Sì con la marmitta truccata, faceva un rumore così rumoroso, un fastidio così fastidioso… “E quello”, avevo pensato, “non ce l’ha pure lui come il mio?”. Quel giorno lì, il giorno che lei si è staccata le mie mani dal corpo, faceva un caldo che a sentirselo addosso ti viene voglia di metterti a piangere, ma sei abbastanza disidratato da non riuscire a farti venire le lacrime agli occhi.

 

Alle madri si addossano ingiustamente tutte le colpe, come se fossero loro, da sole, a scegliersi la responsabilità della filiazione. Sì, perché i figli nascono da un rapporto, si sa, da un contatto, eccome, ma innanzitutto dall’incontro, e dallo scontro, tra due esseri diversi… Perché esseri diversi? Non potremmo essere tutti uguali? Le domande così me le facevo a dodici anni, quando mi immaginavo che io non ero come gli altri, allora mi chiedevo e mi convincevo che forse se fossimo stati tutti uguali il dolore – o il piacere, è indifferente – sarebbe stato distribuito in parti uguali. E allora me lo chiedevo e mi convincevo sempre di più che quella fosse una domanda a cui qualcuno doveva pur dare una risposta. E quel qualcuno alla fine dovevo essere io. E di fatti è stato così.

 

L’utero è come un buco nero nell’universo: quando lo si attraversa si passa da una realtà parallela all’altra. E nella nuova dimensione, chi ti accoglie lo sa fin troppo bene da dov’è che tu vieni. Sei tu che non ne sai nulla. La venuta al mondo di un nuovo essere dovrebbe portarsi dietro un lungo velo di sposa fatto solo di gioia. Invece per me, ho capito, è stato diverso. E non solo per come ero arrivato, ma nel senso che a volte ci sono dei fatti che arrivano a interferire con altri che stanno succedendo proprio allora o che avevano cominciato a succedere un po’ prima. Così questi fatti si scontrano tra loro e l’effetto che si ha è una tragedia. Come fare un gran bel disegno tutto colorato e poi senza che tu possa farci niente qualcuno o qualcosa ci fa cadere sopra una bella chiazza di vernice nera. La vernice. Bene. È successo che il bel disegno che ero io con la mia nascita è stato ricoperto dalla pesante e torbida vernice della fabbrica dove lavorava mio padre. La vernice tossica della Rodiathoce. Il suono del mio pianto di bambino era taciuto dallo scatarrare della tosse di papà. Il Gran Lavoratore di casa peggiorava sempre di più. I polmoni lo stavano lasciando. Ormai stufi di assorbire tutto quello schifo di muchi che gli nascevano dentro, pareva avessero deciso di interrompere ogni forma di attività. Aveva cominciato prima uno, poi l’altro a ingolfarsi. Il respiro pesante era ormai il suono del suo corpo: dove passava lui sentivi quel fischio gutturale che lo seguiva, dovunque. Ha continuato così per anni. Non si è mai fermato, però. I suoi polmoni ingolfati continuano a fare fumo, come le vecchie Fiat 128, fumo fumo fumo, non si fermano mai.

 

Quello che credo, ora, è che sia il caso di dirle le cose, di farle presente. Cose del tipo, «Perché hai lasciato che lei andasse via?» o «Perché non te ne sei andato tu?», ma la voce arranca davanti a quest’uomo che – è quello che credo sia l’impressione che fa – ha fatto del vuoto il suo pieno, si è arroccato dietro la sua malattia e resiste resiste resiste. Dovrei lasciarlo qui, dov’è, voltare le spalle e andarmene via, senza dir nulla, senza chiedere niente. Che senso ha tutto ciò? Sono io il figlio di quest’essere qui davanti, immobile ma non innocuo, pericolosamente fermo e invincibile? Ce l’ho con lui perché era lui che doveva morire, con la sua malattia, se lo aspettavano tutti. Lui era quello che se ne stava andando, come altri duecentocinquanta e passa colleghi suoi della fabbrica. Che poi se ne sono andati, morti con i polmoni ammuffiti dalla vernice della Rhodiatoce, soffocati da muchi dai colori più diversi, da odori insopportabili. E, invece, eccolo qui, davanti a me, col suo respiro gutturale, col suo fischio che gli viene fuori quando respira, con due spugne secche che sono i suoi polmoni quando ancora tira dentro la vita, perché lui ancora ce l’ha questa vita, mentre lei, mia madre, lei non doveva essere lì, e non dovrebbe essere dov’è. Lei dovrebbe avercela ancora, la vita. Invece è successo che a guardarmi intorno ho visto la porta di casa sua, di Antò. Allora mi è tornato alla mente tutto il passato che pareva non essere mai accaduto, come una fantasia che hai avuto da piccolo e allora non sai, quando ci pensi, se è accaduto sul serio o è proprio così, una fantasia. E così mi sono confuso, ho pensato a mia madre, al fatto che se n’è andata, poi ho pensato a Antò, al sesso ingenuo che facevamo da piccoli, e allora così, adesso mi sono confuso e ho detto a mio padre «Posso usare il tuo bagno, mi sto pisciando sotto…». La camera mia, ne sono sicuro, è rimasta com’era, non è stato spostato assolutamente niente, il poster di Maradona ancora lì, attaccato alla porta, il “pibe de oro” con i suoi riccioli folti, i muscoli tesi, il pallone attaccato al piede, il San Paolo pieno di gente. Sarà tutto lì, solo io manco. Ho voglia di fumare ma mi fa strano accendere una sigaretta, come se avessi ancora da nascondere il vizio del fumo a mio padre, una forma di soggezione che non vuole passare. Guardo giù, in fondo al palazzo, verso la porta, e vedo lei, Antò. Si muove ancora come una volta, ancheggia più a sinistra che a destra, la testa china, i capelli che cadono pesanti, da un lato, dall’altro sono dietro l’orecchio, un occhio le rimane coperto. “Come sarebbe bello giocare ancora con lei”, penso, ma me ne vergogno e ritiro tutto il pensiero. “Cosa mi vien da pensare, a questa età, ancora giocare…”. Mio padre è sempre lì, immobile. Non mi risponde. Io lo so che è lui, c’è solo lui qui, ma quello che non capisco è se è vero tutto questo che sta accadendo. Lei non alza la testa, ci passa di fianco a me e a mio padre, e esce dal gioco. “Io non capisco”. Intanto ho la vescica che sta per esplodere. Faccio finta di niente, mi sposto ostentando naturalezza e indifferenza, ma mi muovo di corsa. Vado dietro al portone e piscio sul muro. Esplode la mia vescica. Mi viene da piangere. Quante volte lo avrò fatto da piccolo, proprio qui, su questo muro fetente e ammuffito.


Autori del 12 febbraio: Giuseppe Schillaci

Il terzo autore che vi presentiamo, tra i presenti al reading domestico di sabato 12 febbraio, presso via Capitanata 3 a Roma, è Giuseppe Schillaci, il cui romanzo d’esordio, “L’anno delle ceneri”, molto è stato apprezzato da critica e pubblico. Qui vi presentiamo un suo racconto, Assalto al centro, già apparso su Nazione Indiana, il 17 gennaio 2010.

Assalto al centro

di Giuseppe Schillaci

 

Il sole della peste stingeva tutti i colori e fugava ogni gioia.

Albert Camus

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Sacchi di plastica si levano come gabbiani tra scogli d’asfalto, si gonfiano di vento e volteggiano sulle lamiere.
Vitaliano li guarda salire in alto e poi cadere in picchiata tra il benzinaio e il baracchino di stigghiola. Fissa il fumo bianco che s’alza dalla griglia di carbone e si spariglia in cielo, e ripete a mente le condizioni della promozione degli schermi LCD, dei videofonini e degli abbonamenti tv. L’odore insistente delle stigghiola viene appena smorzato da quello acre del sugo che la madre sta preparando di là in cucina. Dopo pranzo lo aspetta il lavoro, il terzo giorno del suo nuovo lavoro.
Vitaliano sorride dietro il vetro della finestra socchiusa, sorride di soddisfazione. Pensa al suo nuovo lavoro ed è fiero di sé, di come sa dare ai clienti informazioni dettagliate con la sincerità di un amico, di come rispetta i superiori, anzi li stima senza ostentazione, e di quanto è rispettato dai colleghi.
In strada, sotto il quinto piano del condominio di Brancaccio, i piccioni si avvicinano circospetti agli avanzi del baracchino di brace, e vespini e lapini s’incrociano rapidi. Vitaliano sorride e pensa al codice della cassa e ai ticket della mensa. Tra qualche ora inizierà il turno pomeridiano del suo terzo giorno di lavoro, quello più importante, il giorno della promozione. Al Centro di Roccella si aspettano centinaia di persone e Vitaliano è pervaso di un’autentica gioia.

Non vive questa sensazione di pienezza e aderenza alla vita da quando aveva tredici anni e suonava Mozart in modo “esemplare”, così disse il suo maestro, al saggio di violino di fine anno. Quella volta la gioia che seguì agli applausi fu indimenticabile, non l’emozione del palco, ma la sensazione di quando il piccolo Vitaliano tornò al leggio per prendere gli spartiti e rivolse lo sguardo fiero alla platea. In quel momento sentì lo stomaco riempirsi di leggerezza, della consapevolezza di essere parte di un gruppo, parte integrante della classe e della scuola e della borgata. Consapevolezza che però durò poco, sostituita subito dal solito senso di alienazione e distanza dai suoi compagni e dai borgatari, gente arrogante, capace di spaccarsi la faccia per una taliata di troppo.
E adesso, davanti alla plastica che piroetta in aria e al fumo di stigghiola che sembra salire dalle ciminiere del traghetto dello Stretto, Vitaliano è pervaso dalla stessa leggerezza del saggio di fine anno e gli pare di risentire le note del violino e allarga lo stesso sorriso sornione.

Ma la musica non ha pagato, nonostante l’orecchio assoluto, la tecnica impeccabile col violino, la disinvoltura alla chitarra e al basso. Anzi pagava troppo poco e quando voleva lei. Da anni Vitaliano ha lasciato il conservatorio, riservato a chi può studiare la musica, e ha provato a campare con la musica. Ci aveva provato anche a Roma, nell’orchestra del teatro dove lavorava la cugina. Ma anche lì i soldi erano pochi e arrivavano ogni tre mesi, mentre la padrona di casa non lasciava passare il tre di ogni mese senza sollecitare la mesata.
E così Caronte, il traghetto lurido e sbuffante dello Stretto, aveva attraversato ancora quello sfavillante braccio di mare, lo Scill’e Cariddi che pare oceano, e lo aveva riportato nella sua terra. E qui Vitaliano aveva iniziato a suonare con una banda alle processioni, con un’orchestra ai matrimoni, con un quintetto barocco in chiesa e con una band heavy metal alle feste dell’Unità, senza riuscire a racimolare i soldi per lasciare quell’odioso condominio di Brancaccio. Odioso non per colpa della madre o della sorella, ma odioso in quanto cubo di cemento scolorito nel mezzo della periferia più scolorita e cagnola della città, una borgata di straccivendoli, ambulanti e lavoratori socialmente utili, dove i palazzi inghiottono antichi castelli arabi e giardini di palme, e dove i più non hanno la quinta elementare ma almeno un cugino all’Ucciardone.
E i ragazzini urlano in continuazione, masticando e sputando per terra, e i fratelli maggiori si guardano l’un l’altro come cannibali abulici davanti all’unica preda disponibile.
“Ma il Centro di Roccella può cambiare le cose”, pensa Vitaliano alla finestra, giocherellando con la montatura degli occhiali, “il Centro porterà un po’ di civiltà e di benessere in questa terra disgraziata”. E si sente investito di una grande responsabilità perchè lui adesso è del Centro, è parte attiva di questa rivoluzione. Lavora al Centro di Roccella, travaglia per il cambiamento, la salvezza. “Magari un giorno ci vado pure a suonare, al Centro”.

“Vitaliano”, strilla la madre, “a mangiare!”. Il ragazzo inforca gli occhiali e giunge a grandi falcate in cucina. Si siede a tavola, divora tutto con appetito e commenta il telegiornale con la solita rabbia per le disgrazie del mondo, le notizie incomprensibili di politica: “Finalmente ricostruito il grande centro”, proclama con entusiasmo il giornalista, “rinasce l’Italia del miracolo economico”. Vitaliano sbuccia un’arancia, la mangia con calma, spicchio dopo spicchio, e parla alla sorella delle promozioni al centro di Roccella, dei videofonini in offerta e della possibilità di avere un mega sconto sui televisori HD, questo pomeriggio stesso, per i primi cento avventori che si presentano al suo banco. La sorella lo riempe di domande e curiosità a cui Vitaliano risponde con esuberante sicumera, il sorriso beato sulle labbra e gli occhi luccicanti dietro le lenti. In realtà a Vitaliano non importa niente dei televisori e della tecnologia, ma gli piace la precisione, la corrispondenza geometrica dei segni con le cose, questioni che ha imparato ad apprezzare quando studiava violino, questioni fondamentali per un’esecuzione esemplare.

Dopo il caffè, Vitaliano si accende una sigaretta ed entra nell’ascensore. Scende sul marciapiede infestato di sacchetti abbandonati dal vento e scatena il motorino per andare al nuovo lavoro. È il giorno della promozione e lui vuole essere pronto dietro il banco almeno mezz’ora prima dell’apertura delle danze. Percorre la strada di Brancaccio fino alla rotonda della zona industriale, quattro capannoni arrugginiti in cui Vitaliano non è mai riuscito a capire cosa si fabbrichi. Poi gira da dietro lo Sperone, le case popolari che in nulla sono diverse dalle altre tranne per il colore bianco sporco e per il fatto di essere tutte uguali, e si ritrova sulla strada nuova che porta al Centro.
Da lontano sembra un villaggio marziano disceso su quella terra tra le montagne e il mare, con pareti di vetro trasparenti, torri di acciaio e neon viola, muri obliqui di cemento e pilastri di un metallo vagamente grigio. Questa vista, per Vitaliano, è ogni volta una sorpresa, un miraggio che si fa realtà.
Varca la soglia del grande Centro di Roccella e attraversa l’immenso parcheggio che pare un lago o un vallo intorno al palazzo reale. Lega il motorino nel parcheggio riservato ai lavoratori del Centro, e sale saltellando le scale che lo portano al suo banco.
Alle 15 in punto si apriranno le porte della sala promozioni. Sono le 14.45 e al banco di Vitaliano giungono già le prime urla di impazienza. Loredana arriva di corsa dal corridoio, strillando di fare presto perché già ci sono più di cento persone dietro la saracinesca. Vitaliano non si scompone, va rapido all’impianto stereo, toglie Jenny Gonzales dal lettore e mette il cd che ha portato per le grandi occasioni: i capolavori di Mozart, magari così si rilassano un po’ là fuori.
Arrivano anche Franco e Peppe a gestire il banco e vengono chiamati due energumeni della sicurezza a incanalare il flusso di persone.
Sono le 14.55 e le urla si fanno più minacciose, qualcuno abbozza cori da stadio mentre ragazzi con capellini dorati strattonano bambini argentati, sospinti da ragazze con cinturoni di pelle e borchie e trucchi viola alla Jenny Gonzales. Dietro questa prima fila di ultras, spingono i padri, le madri, gli zii e le zie: signori panciuti che incitano gli altri con urla disumane e signore con lo sguardo perso nel vuoto e la bocca infuocata sempre aperta e petulante. La folla si fa rotulante come un fiume in piena, mandria impazzita in cui ognuno è rivale all’altro e cerca in tutti i modi di arrivare prima dell’altro e ha comunque un nemico comune: il banco della promozione, il forte da espugnare.
La prima fila forza il blocco, alza la saracinesca di peso e si fionda sul banco. Vitaliano abbozza un sorriso, ma capisce subito che c’è poco da ridere, che deve dar loro quello che vogliono, e nel minor tempo possible.
Franco e Peppe non riescono a placare l’orda che continua a ululare e ringhiare. In breve il banco è circondato come una mollica in uno stagno di pesci rossi e alle urla si aggiungono le offese, le minacce, le spinte.
Vitaliano deve alzarsi in piedi sul bancone e brandisce un bastone per allontanare quegli assatanati, che pare un domatore di circo.
Gli uomini della sicurezza alzano i manganelli e Loredana, cadaverica, continua a consegnare bollettini per il ritiro della promozione a quei mostri questuanti pronti ad aggredirla da un momento all’altro.
Quando la ragazza dice con un filo di voce che sono finiti tutti i televisori, la bolgia si placa in un istante. Un silenzio incredulo e carico di odio scende sulla folla; ognuno amplifica la sua rabbia negli occhi del suo vicino e un mugugno collettivo si alza fino a diventare grido di battaglia, grido di strazio e di lotta ancestrale.
È allora che Vitaliano viene preso alle spalle e gettato in mezzo alla scanna.

Si fa sera e la madre riceve una telefonata che la avvisa dell’incidente: Vitaliano è ricoverato, due costole fratturate e qualche graffio. La madre e la sorella si precipitano all’ospedale e trovano Vitaliano in una corsia su una barella fatiscente, la testa fasciata e la flebo. Il ragazzo ha una lesione al timpano, probabilmente perderà l’orecchio sinistro. Poco prima di Mezzanotte Vitaliano apre gli occhi, cerca gli occhiali con la mano e fa cadere un bicchiere di plastica. La madre si sveglia e lo bacia sulla fronte mentre lui scolla appena le labbra e sussurra che è stato suo l’errore, che non doveva, che ha sbagliato a dare Mozart in pasto a quelle bestie.


Gli autori del 12 febbraio: Paolo Zanotti

(Per prepararvi al meglio al reading del 12 febbraio, che si svolgerà a partire dalle ore 19 in via Capitanata 3 a Roma, vi presentiamo brevemente gli autori che interverranno, attraverso brevi brani dei loro lavori. Incominciamo con Paolo Zanotti e con l’incipit del suo “Bambini bonsai” edito da Ponte alle Grazie nel 2010)

Incipit di Bambini bonsai (Ponte alle Grazie, 2010)

di Paolo Zanotti

Sofia, so che ormai è tardi. È finita l’infanzia, sono passate le tempeste. Eppure mi sorprendo sempre a tornare a quegli anni, testardo come un’ape che batte i campi verso l’arnia lontana e insieme soffocato da uno di quei sensi di colpa enormi, completi come mondi, che si possono provare solo da bambini.

È tardi, ma vorrei comunque provare a spiegarti quel che è successo allora, quando il cielo era diverso, allora, quando, almeno per un istante, abbiamo avuto la fortuna di abitare lo stesso tempo, di vivere la stessa pioggia. Tu nella tua gabbia protetta, io disperso nei vicoli inondati, confuso tra i fantasmi ma bene attento a raccogliere tutti i segnali che mi lanciavi dal tuo sonno: un giocattolo, un disegno, la carta di una merendina o anche solo un pianto registrato. 

Per decifrarli ci voleva una gran pratica della lingua disarticolata dell’infanzia. Ti racconterò i tempi della pioggia, a te che li hai conosciuti solo a stento, nella tua infanzia intermittente di bambina prigioniera. Evocherò per te l’attimo sospeso in cui, dopo mesi e mesi di calura rognosa, apocalittica, omicida, l’afa raggiungeva il suo picco, il tempo era immobile, il corpo si scioglieva: il big bang era vicino, lo si poteva toccare.

Ti spiegherò come, dopo il primo scroscio, noi bambini ci riunivamo in bande. Non c’era bisogno di conoscersi prima né di vestire la stessa livrea: un istinto simile a quello degli uccelli migratori avrebbe indirizzato pure noi. È per questo che aspettavamo in trepidazione i giorni della pioggia, il momento in cui i cieli normali, gialli e roventi, venivano assaltati, sbranati da venti veloci come manguste.

Mesi senza fine spesi davanti a schermi nozionistici o a cercare di salvare la pelle per strada trovavano la loro redenzione in quei tifoni improvvisi che avevano costretto gli adulti ad abbandonare ogni forma di calendario, a considerarli come lunghe notti che loro non sapevano né potevano affrontare.

Si ritiravano in una stanza buia come animali spaventati dalla fiaccola e, per proteggersi, si tenevano stretti a chioccia, e se non si addormentavano spesso li sentivamo piagnucolare. Temevano la pioggia come si teme l’uomo nero. Una paura che noi non ci sforzavamo nemmeno di capire: per noi la pioggia era l’avventura, la pioggia era la vita vera.

Ma forse era proprio di questo che gli adulti avevano paura. Paura di un sovvertimento ricorrente ma imprevedibile, paura di noi bambini, che della pioggia eravamo i girini prediletti, i topi di quel formaggio. Nella pioggia noi avremmo governato città abbandonate, reinventato le regole dell’amicizia, in qualche caso liberato principesse prigioniere scoprendo troppo tardi che c’è sempre un pegno da pagare.

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Citofonare Interno 7, 12 febbraio 2011 ore 19, via Capitanata 3, Roma: Comunicato Stampa

Citofonare interno 7

Sabato 12 febbraio ore 19.00

Via Capitanata 3, Roma

Un nuovo appuntamento che porta, nel clima conviviale di un salotto, la lettura di alcuni passi di libri inediti e uno spettacolo musicale live. Con Citofonare interno 7 l’aperitivo si fa a casa e l’intimità domestica si trasforma in condivisione culturale.

Citofonare Interno 7 è un vero e proprio reading-mob che mobilita la cultura e la offre a domicilio. Il format è stato ripreso diverse volte a Roma, proponendo reading di testi inediti di scrittori con intermezzi di musica d’autore, in un’abitazione messa a disposizione della collettività. Dopo il successo delle passate edizioni, questa volta gli organizzatori (Girolamo Grammatico, Rossano Astremo e Cristiano Peluso) accolgono i propri ospiti in un appartamento di Via Capitanata 3, a Roma, nei pressi di Piazza Bologna.

Al fianco della letteratura e della buona musica, l’evento si fa portavoce di integrazione e solidarietà: Citofonare Interno 7 sarà, infatti, l’occasione per presentare l’attività dell’Associazione Avvocato di strada Onlus, che offre tutela legale gratuita e qualificata alle persone senza dimora.

Saranno presenti, tra gli altri:

Reading

Elisabetta Liguori: ha pubblicato i romanzi “Il credito dell’imbianchino” (Argo, 2005), “Il correttore” (peQuod, 2007) e, assieme a Rossano Astremo, “Tutto questo silenzio” (Besa, 2009).

Raffaele Mozzillo: ha curato, assieme ad Enos Rota, l’antologia di racconti “Cronache dagli anni zero” (Giulio Perrone Editore).

Antonio Pascale: ha pubblicato, tra le altre cose, “La città distratta” (Einaudi, 2001), “La manutenzione degli affetti” (Einaudi, 2003), “Passa la bellezza” (Einaudi, 2005), “S’è fatta ora” (minimum fax, 2006) e “Questo è il paese che non amo” (minimum fax, 2010).

Giuseppe Schillaci: ha pubblicato “L’anno delle ceneri” (Nutrimenti, 2010).

Paolo Zanotti: ha pubblicato “Bambini bonsai” (Ponte alle Grazie, 2010).

Musica

Vintage Factory: capitanata da Manolo Macrì alla voce e chitarra e sostenuta da Matteo Gaudino al basso e Gaetano De Carli alla batteria, la band propone un repertorio di brani originali mescolando in maniera intelligente e per niente semplice, le sonorità e i ritmi della musica Blues a testi impegnati e allo stesso momento brillanti e ironici, in lingua italiana.

L’ingresso all’evento e il buffet sono liberi, con una sottoscrizione facoltativa per finanziare le attività dell’Associazione di promozione sociale La casa di cartone.