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Citofonare Interno 7: I libri li vendiamo “ombrellone a ombrellone”

Citofonare Interno 7: I libri li vendiamo “ombrellone a ombrellone”

Si parla spesso di letture sotto l’ombrellone, di libri idonei per affrontare i giorni di vacanza estivi da trascorrere in assoluto relax prima di un nuovo anno di duro lavoro.

Citofonare Interno 7, la piccola casa editrice romana, nata nel 2011, ha da poco pubblicato la sua prima guida emozionale, “Tropea e dintorni dalla A alla Z”, scritto da Maria Carrano, un viaggio autobiografico attraverso la Costa degli Dei, ricco di consigli su luoghi da visitare, su aneddoti del posti e su come divertirsi.

Un libro perfetto per chi trascorrerà le proprie vacanze a Tropea e posti limitrofi.

Ad agosto Citofonare Interno 7 invaderà pacificamente le spiagge della zona per promuovere e distribuire il suo nuovo libro.

Una vendita “ombrellone a ombrellone”, un modo per bypassare le consuete logiche distributive del libro che molto spesso vanificano il lavoro dei piccoli editori a vantaggio di poche grandi forze che dominano il mercato.

Dopo aver portato, a partire dal maggio del 2008, nelle case degli italiani decine di giovani scrittori a leggere pagine inedite dei loro lavori, Citofonare Interno 7, con il nuovo progetto editoriale che affianca l’omonimo evento letterario domestico, si pone il piccolo obiettivo di scombinare le carte, di cercare strategie promozionali, distributive e di vendita alternative rispetto ai meccanismi standard che regolano la vita di un libro.

Sono necessarie nuove regole affinché il gioco tra le parti – tra la piccola e la grande editoria – sia quanto meno squilibrato possibile.

In attesa che qualcosa si muova al riguardo, i piccoli editori non possono stare a guardare o si rischia di essere schiacciati.

Per il momento, ad agosto ci si vede in spiaggia.

L’editore

Rossano Astremo

citofonareinterno7.wordpress.com

rossanoastremo@libero.it

3475206564


L’articolo di Mario Desiati sull’antologia “La letteratura non conta niente”, edita da Citofonare Interno 7

La vera fatica dello scrittore la presentazione porta a porta

15 aprile 2011 —   pagina 19   sezione: BARI

di Mario Desiati

OGNI scrittore dal venerato maestro, al dilettante allo sbaraglio, custodisce nella sua carriera un episodio oscuro che tendea rimuovere, che procura imbarazzo e che viene seppellito nei recessi della propria memoria. La presentazione disastro. Mordecai Richler nel racconto Il piazzista di libri ( Mordecai, Adelphi, 2011), parla con ironia del cambiamento antropologico della figura dello scrittore. «Il varietà non è morto, solo che – scrive al posto di cantanti, prestigiatori, battutisti e imitatori si è insediato lo scrittore frastornato dal jetlag, che legge pagine della propria opera in qualsiasi libreria garantisca un pubblico minimo di otto clienti». In realtà ci si ritrova molto spesso davanti a meno di otto lettori, come raccontano gli esilaranti report raccolti nel libro curato da Rossano Astremo e Girolamo Grammatico La letteratura non conta niente per le edizioni Citofonare Interno 7. La piccola casa editrice nasce sull’ onda di un evento nato tra il quartiere Pigneto di Romae la Puglia. Happening domestici dove scrittori di fama e non, leggono in una casa privata passi inediti di loro libri che verranno. Astremo, poeta e critico grottagliese da questa formula ha tratto l’ idea di costruire un’ etichetta editoriale che si articola tra la Puglia e Roma esattamente come gli incontri di Citofonare interno 7 (e che in alcuni incontri pugliesi sono diventati Citofonare interno 8). In questi eventi si sono incontrate esperienze diverse, la poesia, la narrativae anche la musica. Gli autori hanno potuto provare alcune pagine dei loro romanzi confrontandosi con un pubblico che, nell’ agio di una situazione domestica, costruisce un rapporto con lo scrittore più empatico e familiare rispetto a quello cattedratico di molte presentazioni. Le presentazioni appunto. Un tema da desacralizzare e che diventa tema dell’ antologia di Astremo e Grammatico. La letteratura non conta niente raccoglie dieci testimonianze di scrittori italiani su presentazioni di libri che per le ragioni più varie – pubblico assente, personaggi molesti tra i presenti all’ incontro, organizzazione disastrosa e relatori insopportabili – si sono trasformate in un duro banco di prova per i malcapitati protagonisti. I ricavati andranno a sostenere proprio un progetto promosso da La casa di cartone dal titolo B.I.P. (beni immateriali primari), che prevede l’ utilizzo di performance artistiche nei luoghi del disagio per l’ integrazione tra fasce emarginate di popolazione e il territorio. Tra gli autori i pugliesi Livio Romano, Omar di Monopoli, Elisabetta Liguori che compiono un inventario (ma in certi casi potrebbe parlarsi di lombrosario) delle loro esperienze pubbliche più “compromettenti”. Il pezzo della Liguori racconta una disavventura durante un’ iniziativa di presentazioni libresche in spiaggia. Con il caldo torrido davanti a un pubblico svogliato si narrano le vicissitudini delle scrittrice leccese alle prese con una molesta presentatrice disposta a tutto pur di non lasciare il microfono. Omar di Monopoli scrive invece con la consueta limpida e cruda tonalità di voce della sua narrativa migliore, l’ umanità di un carcere foggiano dove gli capiterà di presentare uno dei suoi romanzi. Ma è a Livio Romano che sembrano succederne di tutti i colori. L’ autore di Mistandivò, nella sua decennale esperienza di scrittore sembra aver vissuto le più incredibile presentazioni. Dalle soppressate d’ argento, allo stalker molesto che lo perseguita, passando un incontro con un poeta croato che è costretto a tradurre e di cui riesce a carpire soltanto «Sono felice di essere stato qui con voi», ne viene fuori un cammeo tra l’ ironico, ma anche il malinconico. Dura la vita degli scrittori che devono lavorare anni a un libro, cesellarlo mesi con un editor, e poi ritrovarsi a doverlo promuovere davanti a quattro lettori svogliati o aggressivi, quando magari quel libro che hai scritto ti è già morto dentro, hai un’ altra storia per la testa e la vorresti raccontare a scapito del vecchio. E tornando a Richler e con l’ antologia delle presentazioni disastrose non può che rimpiangersi un tempo lontano e perduto per gli scrittori: «Erano i giorni felici in cui gli scrittori guardavano ancora i piazzisti – gente che girava di città in città armata solo di una ventiquattrore – dall’ alto in basso: adesso non possiamo non considerarli nostri colleghi».

La letteratura non conta niente: prima presentazione domenica 10 aprile ore 18 Libreria Rinascita via Savoia 30 Roma

 
“LA LETTERATURA NON CONTA NIENTE”
Presentazione del primo libro edito da Citofonare interno 7, la casa editrice che sostiene il sociale

Dieci racconti di scrittori italiani su presentazioni di libri che per le ragioni più varie – pubblico assente, personaggi molesti tra i presenti all’incontro, organizzazione disastrosa e relatori insopportabili – si sono trasformate in un duro banco di prova per i malcapitati protagonisti. “La le…tteratura non conta niente” è il primo libro edito da Citofonare interno 7 e sarà presentato a Roma presso la libreria Rinascita, domenica 10 aprile alle ore 18:00.

Saverio Fattori, Marco Montanaro, Roberto Mandracchia, Giuseppe Braga, Angela Scarparo, Omar Di Monopoli, Ilaria Mazzeo, Marco Candida, Livio Romano ed Elisabetta Liguori danno la loro versione dei fatti, imbandiscono, ciascuno con la propria voce e con il proprio stile, un campionario ironico di disastri realmente accaduti, nel quale serio e faceto si mescolano dando vita ad un immaginario franto del sistema editoriale italiano.

Nata dall’esperienza dell’omonimo evento letterario domestico che mobilita la cultura e la porta a domicilio, la casa editrice Citofonare Interno 7 devolverà parte del ricavato, ottenuto dalla vendita di questo volume, a finanziare B.I.P., Beni Immateriali Primari – L’arte non ha dimora – un progetto ideato dall’associazione di promozione sociale La casa di cartone, che prevede l’utilizzo di performance artistiche nei luoghi del disagio per l’integrazione tra fasce emarginate di popolazione e il territorio.

Alla presentazione dell’antologia, curata da Rossano Astremo e Girolamo Grammatico, daranno una breve testimonianza alcuni autori dei racconti.

Per info:
www.lacasadicartone.it
citofonareinterno7.wordpress.comSee More


La letteratura non conta niente:Ecco gli autori: Saverio Fattori (1)

(L’antologia “La letteratura non conta niente. 10 racconti su disastrose presentazioni di libri”, primo titolo della neonata casa editrice Citofonare Interno 7, sarà disponibile a partire da marzo. In questo spazio vi presenteremo, attraverso un loro testo già altrove edito, gli autori presenti nel libro. Partiamo da Saverio Fattori, ch ha pubblicato con Gaffi editore tre libri, Alienazioni padane (2004), Chi ha ucciso i Talk Talk (2006) e Acido Lattico (2008). Il racconto che ha scritto per Citofonare Interno 7 si chiama “Se qualcuno ha delle domande…”. Qui sotto vi presentiamo la parte prima di “Cattedrale”, un romanzo a puntate apparso sul sito di Carmilla).

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da CATTEDRALE

di Saverio Fattori

Parte prima: LUCIFERO AL BUILDING 2

Un ragazzo con il giubbotto scuro mi chiede di usare il mio badge per sbloccare il girello. Lui non ha ancora il badge. È il suo primo giorno, tiene a sottolineare con un largo sorriso. Non lo compatisco e non ho alcuna invidia, non mi sento in dovere di rispondere con nessuna frase da vecchio operaio rassegnato e pacificato. Passo il badge e rificco le mani in tasca fino quasi a rompere la stoffa dei jeans, non è questione di freddo, la temperatura è in risalita. Sono pieno di tic nervosi. Io la soglia della fabbrica l’avevo varcata nel 1988, e non c’era nessun badge o girello. Entrammo in venti quel giorno di novembre, un giorno come oggi di inverno temperato e mortifero. L’azienda era in espansione spaventosa, qualcuno aveva visto lontano, individuato potenzialità, nuove esigenze, aree di mercato vergini da esplorare. Condizionatori d’aria per auto. Al tempo optional elitario, oggi montato di serie anche sui muli della Sardegna. Dopo una settimana avevamo tutti il contratto a tempo indeterminato, montato di serie su tutti i disgraziati che nella vita non avevano saputo costruirsi nulla di meglio con gli studi o con altre iniziative personali. Quelli che rivendicavano una beata medietà, che non avevano fatto esperienze particolari. Quelli che nella carta di identità luogo di nascita e residenza coincidono o si discostano di pochi chilometri. Quelli con poche variabili, esigenze a basso voltaggio. Quelli che nella vita non avrebbero fatto mai nulla di male. E niente di buono. Non lo sapevamo, ma ci stavamo lasciando alle spalle gli anni in cui il tempo indeterminato era considerato una pietra tombale per esseri solo formalmente in vita. La popolazione con impeti di trasgressività disprezzava questa condizione, il posto fisso liquidato come altamente pericoloso per gli stimoli celebrali. Oggi, in piena restaurazione, la stagnazione lavorativa è riabilitata e la malattia del secolo è diventata la precarietà.
Rallento il passo non voglio affiancare l’ultimo arrivato, non voglio condividere banalità da lunedì mattina. Mi sembra strano che possano esistere ancora cuccioli di operai in occidente, la televisione non ne parla mai, non parla mai di questi cimiteri. Nemmeno gli scioperi nazionali arrivano a intaccare la prima metà di qualunque telegiornale. I controllori di volo creano disagio, bivacchi di turisti indignati prede facili per giornalisti eccitati. Qualche decina di operai con le bandiere rosse che stazionano sui binari di una ferrovia mettono solo addosso una tristezza antica. A scendere in piazza per rivendicare meriti e diritti sono sparute frange organizzate dalle confederazioni nazionali e chi davvero non ha nulla, e quindi nulla da perdere. Chi detiene un posticino indeterminato, ha la percezione di una piccola tana da difendere da altri disperati e non ascolta grilli parlanti del dissenso verso le classi dirigenti. Abbassa la testa con i padroni e la dignità se l’è bruciata tutta la sera prima davanti alla televisione. Le bucce di patate si litigavano tra detenuti del campo, le guardie armate diventavano entità malvagie, ma sfuggenti, la realtà erano i gomiti degli altri condannati, i nemici per priorità erano gli eguali.
Il ragazzo col giubbotto Caterpillar sta entrando dalla porta dello stabilimento. Non sembra intimidito, lo sguardo è alto. Ha un bel po’ di vita davanti, una fidanzata fresca, una utilitaria con motore sovra alimentato, il suo organismo recupera bene gli eccessi del fine settimana.
Come potrei non odiarlo?


La letteratura non conta niente: ecco la copertina!


Gli autori del 12 febbraio: Raffaelle Mozzillo

 (Il quarto autore che sarà presente sabato 12 febbraio, nel nuovo appuntamento di Citofonare Interno 7, e che vi presentiamo in questo spazio attraverso un suo testo è Raffaele Mozzillo. Il presente racconto è apparso sul numero 51 della rivisa Nuova Prosa)

 

Vernice

(storia di graticola e tensione)

di Raffaele Mozzillo

 «Scavare un poco ogni giorno aiuta a passare il tempo»

(W. S. Burroughs – Pasto nudo)

 

1.

Arrivato in stazione mi sono reso conto sul serio di quanto caldo facesse. La stazione di Napoli Centrale mi è apparsa come un’immensa caldaia svuotata di acqua in cui però continuavano a risalire dal fondo i vapori. Un’afa da impazzire fino a desiderare di essere nudi. Il treno è arrivato “quasi” in orario per la ripartenza. Il capotreno appena sceso dal treno ancora in rallentamento ha fischiato come un forsennato alle quattordici e trentasei. Quel fischio prolungato mi ha dato sollievo. Il treno stava già riprendendo il suo viaggio. Manco il tempo di arrivare e già se ne andava. Per tutto il viaggio mi ero lamentato dei sedili troppo duri. Del culo che mi si addormentava ogni dieci minuti. Del collo che mi penzolava quando riuscivo ad addormentarmi e poi mi svegliavo di soprassalto perché i muscoli il collo non lo reggevano proprio più. Un filino di bava a un certo punto mi è colato dall’angolo della bocca fino al mento. Dormivo con la bocca semiaperta sulle adenoidi inutilmente operate. Le labbra erano arricciate e secche tranne l’angolo inumidito dalla bava. Mi sono asciugato in fretta col dorso della mano. Poi mentre mi strusciavo le mani umide sui pantaloni mi sono guardato intorno per capire se qualcuno m’avesse visto e mi sono aperto il giornale davanti. Stavo morendo di sete quando è arrivato quel fischio prolungato – il primo di tanti a seguire – che annunciava l’arrivo in stazione e annessa ripartenza (giusto il tempo di buttarsi dagli scalini e stare attenti a non inciampare e cadere all’indietro). Tutto quel fischiarmi intorno. La gente che andava e veniva mi investiva con valigie pesanti e odore di sudore sotto le ascelle. Forse sarò stato io a farmi impressionare da quell’inferno. Resta che il treno stava già ripartendo quando io ho alzato gli occhi verso il grande atrio della stazione per mettere a fuoco la direzione d’uscita. Le ruote hanno ripreso a girare sferragliando come sotto sforzo. Poi aumentando di giri andavano riprendendo la loro velocità. Il sole era venuto a coprire col suo manto il ferro della nostra carovana qualche chilometro prima. Nonostante l’aria condizionata una pioggia di calore si era scaricata su tutti i vagoni rendendoli simili a forni. Forni per il take-away che ti portano il cibo caldo appena cotto direttamente a casa via ferrovia. Mentre il treno perdeva velocità – quando stavo ancora arrivando – ho posato il giornale sul sedile vuoto a fianco e mi sono messo a guardare la periferia napoletana fuori dal finestrino. Case tra le tubature delle fabbriche. Scarichi tra i tetti di condomini. Un intreccio esasperante di camerette per bambini e reparti di stoccaggio. Un accavallarsi di ciminiere e antenne. Di panni stesi e camere di pressurizzazione.

 

«Ma che ci sei venuto a fare?», è questa l’unica cosa che è stato capace di dire mio padre quando gli sono andato incontro tutto sudato. Mi ha guardato senza sorpresa, come se fosse rimasto lì, in quello stesso punto per quindici anni aspettando il mio ritorno, avrà pensato “tanto prima o poi torna” durante tutto quel tempo e intanto che pensava aspettava, invecchiava, i capelli si facevano grigi, le gambe si piegavano e la faccia diventava come ora la vedo mentre mi dice «Ma che ci sei venuto a fare?». “Ho dimenticato il portafogli sul comodino”, mi sarebbe scappato da dire e lui, ne sono certo, mi avrebbe fatto entrare, andare su in camera mia – ancora uguale a come l’avevo lasciata, con ogni probabilità –, prendere questo cazzo di portafoglio che avevo dimenticato e andare via di nuovo senza battere ciglio, come se tutto – mia madre che muore, io che me ne vado, lui che rimane solo – fosse successo appena una quindicina di secondi prima. Invece sono appena una quindicina di anni prima, e uno di noi due pare non essersene reso conto. «Niente… è che volevo…», riesco a farfugliare, ma mi fermo perché nessuno mi sta a sentire. È vuoto, gli occhi fermi, l’espressione come una maschera di gomma, i piedi stanchi ma ben piantati su quel poco di spazio che è la sua vita di sempre. Mi fermo lì, anch’io come lui i piedi ben piantati su quel poco di spazio che era la mia vita che ho lasciato, a guardarlo scatarrare forte, sputare con sdegno ma con una certa abitudine, dirigere lo sguardo, appena un attimo, sulla chiazzetta di sputo – striata, rossa di sangue, verde di non-so-che – e poi di nuovo dov’era, nel vuoto.

 

Mio padre: Gran Lavoratore. A sedici anni già faticava per dodici ore di fila in una fabbrica di vernici alle porte di Napoli. La fabbrica si chiamava La Rodiathoce e stava a Casoria. Ora è completamente dismessa. Ci lavorava ancora quando conobbe mia madre all’età di vent’anni. Lei lo sposò soprattutto per questo. Perché lui era sul serio un gran lavoratore. Era l’inizio degli anni Settanta e col boom economico tutti dalle mie parti volevano farsi una casa di proprietà. «Minimo. Senza casa che ti sposi a fare?». Così si fecero la casa con i soldi messi da parte con lo stipendio sicuro che arrivava ogni mese nelle loro tasche. Riuscirono a farsi pure la macchina nuova. Una Alfasud Blu. Tutto pareva a posto tranne per il particolare che non riuscivano a avere bambini. Era un problema. «Se non fai un figlio che ti sei sposato a fare?». E allora veniva fuori una nuova questione. Poi arrivai io a zittire le voci di paese. Dopo sette anni di matrimonio ché il ventre di mia mamma non voleva saperne di gonfiarsi. Duemilacinquecentocinquantacinque giorni. Arrivai io e gridarono al miracolo. Così anche i miei genitori in quegli anni si convinsero che se volevano potevano veramente avere tutto. Il miracolo in effetti ci fu. Io ero nato. Solo che dopo di questo la vita prese una direzione inattesa. La vita della mia famiglia intendo. E dopo un miracolo nessuno se lo aspetta. Ti senti miracolato a vita e allora pensi che ti sei sistemato. Invece mia madre venne a scoprire la verità sul Gran Lavoratore. Un giorno alle orecchie degli operai giunse la voce che in quella fabbrica si moriva di cancro. Operai che prima erano lì a faticare erano spariti all’improvviso e non si sapeva che fine gli avevano fatto fare. Poi la voce si era fatta più convincente diventando più voci, un cicaleccio corale, e mio padre non ci pensò nemmeno un secondo. Anche se erano solo ancora delle chiacchiere tra reparti lui lasciò il suo posto scappando via come una scheggia. Si lasciò dietro una scia di gas tossico che non lo ha lasciato più, neanche dopo tutti questi anni fuori da quel barattolone di vernice che era la fabbrica della Rodiathoce a Casoria. Le chiacchiere alla fine furono messe a tacere e chi aveva cianciato rimase da solo a tossire dentro la propria casa.

 

2.

Quando le esistenze si incontrano fanno di tutto per distanziarsi l’una dall’altra, il prima possibile. È come una conseguenza naturale dell’incontro, il fatto di allontanarsi in fretta, velocemente, come negli incroci stradali, attraversati e dimenticati. Le estati calde non aiutano gli incontri, l’aria è poca e a farci caso tutti si tengono lontani, mantengono le distanze, c’è una difficoltà latente che viene in superficie, come il caffè quando l’acqua comincia a bollire e allora sale e si fa tutta nera e fumante. Il sudore, l’afa e il senso di inadeguatezza sono le cause di una miriade di fallimenti umani, della fine degli amori in particolare, come se col freddo si sentisse un assoluto bisogno di tenersi vicini, riscaldarsi a vicenda, aiutarsi a tenersi stretto il calore. Il caldo, a quanto pare, è la fine di tutto. Io invece proverei a cominciare da qui: da questo caldo afoso e spossante che mi blocca il respiro, mi si gonfia la pancia e non riesco nemmeno a parlare, a dire che, nonostante tutto, sono tornato, rivedo ogni cosa lasciata: sebbene abbia bisogno di scappare via, io ritorno qui, dove sono partito. Era l’estate del 1986. Durante quell’ultimo periodo gli erano appena spuntati i peli sul pube. Io li accarezzavo, li lisciavo, mi chiedevo perché su una pelle così bella, bianca, pulita dovessero venire fuori quegli spuntoni fetenti. Le accarezzavo le cosce, il ventre, disegnavo i suoi seni provando a stringerli tra le mani inutilmente – troppo piccoli per essere presi. I capezzoli, però, erano turgidi al tatto. Il mio primo orgasmo l’ho avuto così, toccando quel corpo. Il suo, anche lei forse l’avrà avuto così, mentre io le toccavo i seni e lei si strusciava violentemente il clitoride che ho imparato a conoscere solo molti anni dopo, e non con lei. Quello era un segreto, solo per lei, una cosa sua. Quella volta che è arrivato il mio orgasmo, come dal nulla – ieri niente, oggi guarda cosa succede –, lei non se n’è accorta subito impegnata com’era a trastullarsi da sola. Poi però, dopo, quando l’ha vista, la mia mutanda bagnata davanti, le è venuto fuori una strana espressione, si è rattristata. Si è tirata su le mutande, mi ha dato un bacio a una guancia, è andata via quasi di corsa. Così. È stata l’ultima volta che ci siamo toccati, o meglio, l’ultima volta che lei si è fatta toccare. Avevo appena compiuto dodici anni. Lei quasi undici. Mi disse che l’avrebbero presa in giro se l’avessero vista con un ragazzino come me, «nu’ muccusiello», disse. Io? E lei, invece? Dopo qualche giorno la vidi con uno, lo abbracciava da dietro su un Sì con la marmitta truccata, faceva un rumore così rumoroso, un fastidio così fastidioso… “E quello”, avevo pensato, “non ce l’ha pure lui come il mio?”. Quel giorno lì, il giorno che lei si è staccata le mie mani dal corpo, faceva un caldo che a sentirselo addosso ti viene voglia di metterti a piangere, ma sei abbastanza disidratato da non riuscire a farti venire le lacrime agli occhi.

 

Alle madri si addossano ingiustamente tutte le colpe, come se fossero loro, da sole, a scegliersi la responsabilità della filiazione. Sì, perché i figli nascono da un rapporto, si sa, da un contatto, eccome, ma innanzitutto dall’incontro, e dallo scontro, tra due esseri diversi… Perché esseri diversi? Non potremmo essere tutti uguali? Le domande così me le facevo a dodici anni, quando mi immaginavo che io non ero come gli altri, allora mi chiedevo e mi convincevo che forse se fossimo stati tutti uguali il dolore – o il piacere, è indifferente – sarebbe stato distribuito in parti uguali. E allora me lo chiedevo e mi convincevo sempre di più che quella fosse una domanda a cui qualcuno doveva pur dare una risposta. E quel qualcuno alla fine dovevo essere io. E di fatti è stato così.

 

L’utero è come un buco nero nell’universo: quando lo si attraversa si passa da una realtà parallela all’altra. E nella nuova dimensione, chi ti accoglie lo sa fin troppo bene da dov’è che tu vieni. Sei tu che non ne sai nulla. La venuta al mondo di un nuovo essere dovrebbe portarsi dietro un lungo velo di sposa fatto solo di gioia. Invece per me, ho capito, è stato diverso. E non solo per come ero arrivato, ma nel senso che a volte ci sono dei fatti che arrivano a interferire con altri che stanno succedendo proprio allora o che avevano cominciato a succedere un po’ prima. Così questi fatti si scontrano tra loro e l’effetto che si ha è una tragedia. Come fare un gran bel disegno tutto colorato e poi senza che tu possa farci niente qualcuno o qualcosa ci fa cadere sopra una bella chiazza di vernice nera. La vernice. Bene. È successo che il bel disegno che ero io con la mia nascita è stato ricoperto dalla pesante e torbida vernice della fabbrica dove lavorava mio padre. La vernice tossica della Rodiathoce. Il suono del mio pianto di bambino era taciuto dallo scatarrare della tosse di papà. Il Gran Lavoratore di casa peggiorava sempre di più. I polmoni lo stavano lasciando. Ormai stufi di assorbire tutto quello schifo di muchi che gli nascevano dentro, pareva avessero deciso di interrompere ogni forma di attività. Aveva cominciato prima uno, poi l’altro a ingolfarsi. Il respiro pesante era ormai il suono del suo corpo: dove passava lui sentivi quel fischio gutturale che lo seguiva, dovunque. Ha continuato così per anni. Non si è mai fermato, però. I suoi polmoni ingolfati continuano a fare fumo, come le vecchie Fiat 128, fumo fumo fumo, non si fermano mai.

 

Quello che credo, ora, è che sia il caso di dirle le cose, di farle presente. Cose del tipo, «Perché hai lasciato che lei andasse via?» o «Perché non te ne sei andato tu?», ma la voce arranca davanti a quest’uomo che – è quello che credo sia l’impressione che fa – ha fatto del vuoto il suo pieno, si è arroccato dietro la sua malattia e resiste resiste resiste. Dovrei lasciarlo qui, dov’è, voltare le spalle e andarmene via, senza dir nulla, senza chiedere niente. Che senso ha tutto ciò? Sono io il figlio di quest’essere qui davanti, immobile ma non innocuo, pericolosamente fermo e invincibile? Ce l’ho con lui perché era lui che doveva morire, con la sua malattia, se lo aspettavano tutti. Lui era quello che se ne stava andando, come altri duecentocinquanta e passa colleghi suoi della fabbrica. Che poi se ne sono andati, morti con i polmoni ammuffiti dalla vernice della Rhodiatoce, soffocati da muchi dai colori più diversi, da odori insopportabili. E, invece, eccolo qui, davanti a me, col suo respiro gutturale, col suo fischio che gli viene fuori quando respira, con due spugne secche che sono i suoi polmoni quando ancora tira dentro la vita, perché lui ancora ce l’ha questa vita, mentre lei, mia madre, lei non doveva essere lì, e non dovrebbe essere dov’è. Lei dovrebbe avercela ancora, la vita. Invece è successo che a guardarmi intorno ho visto la porta di casa sua, di Antò. Allora mi è tornato alla mente tutto il passato che pareva non essere mai accaduto, come una fantasia che hai avuto da piccolo e allora non sai, quando ci pensi, se è accaduto sul serio o è proprio così, una fantasia. E così mi sono confuso, ho pensato a mia madre, al fatto che se n’è andata, poi ho pensato a Antò, al sesso ingenuo che facevamo da piccoli, e allora così, adesso mi sono confuso e ho detto a mio padre «Posso usare il tuo bagno, mi sto pisciando sotto…». La camera mia, ne sono sicuro, è rimasta com’era, non è stato spostato assolutamente niente, il poster di Maradona ancora lì, attaccato alla porta, il “pibe de oro” con i suoi riccioli folti, i muscoli tesi, il pallone attaccato al piede, il San Paolo pieno di gente. Sarà tutto lì, solo io manco. Ho voglia di fumare ma mi fa strano accendere una sigaretta, come se avessi ancora da nascondere il vizio del fumo a mio padre, una forma di soggezione che non vuole passare. Guardo giù, in fondo al palazzo, verso la porta, e vedo lei, Antò. Si muove ancora come una volta, ancheggia più a sinistra che a destra, la testa china, i capelli che cadono pesanti, da un lato, dall’altro sono dietro l’orecchio, un occhio le rimane coperto. “Come sarebbe bello giocare ancora con lei”, penso, ma me ne vergogno e ritiro tutto il pensiero. “Cosa mi vien da pensare, a questa età, ancora giocare…”. Mio padre è sempre lì, immobile. Non mi risponde. Io lo so che è lui, c’è solo lui qui, ma quello che non capisco è se è vero tutto questo che sta accadendo. Lei non alza la testa, ci passa di fianco a me e a mio padre, e esce dal gioco. “Io non capisco”. Intanto ho la vescica che sta per esplodere. Faccio finta di niente, mi sposto ostentando naturalezza e indifferenza, ma mi muovo di corsa. Vado dietro al portone e piscio sul muro. Esplode la mia vescica. Mi viene da piangere. Quante volte lo avrò fatto da piccolo, proprio qui, su questo muro fetente e ammuffito.


Autori del 12 febbraio: Giuseppe Schillaci

Il terzo autore che vi presentiamo, tra i presenti al reading domestico di sabato 12 febbraio, presso via Capitanata 3 a Roma, è Giuseppe Schillaci, il cui romanzo d’esordio, “L’anno delle ceneri”, molto è stato apprezzato da critica e pubblico. Qui vi presentiamo un suo racconto, Assalto al centro, già apparso su Nazione Indiana, il 17 gennaio 2010.

Assalto al centro

di Giuseppe Schillaci

 

Il sole della peste stingeva tutti i colori e fugava ogni gioia.

Albert Camus

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Sacchi di plastica si levano come gabbiani tra scogli d’asfalto, si gonfiano di vento e volteggiano sulle lamiere.
Vitaliano li guarda salire in alto e poi cadere in picchiata tra il benzinaio e il baracchino di stigghiola. Fissa il fumo bianco che s’alza dalla griglia di carbone e si spariglia in cielo, e ripete a mente le condizioni della promozione degli schermi LCD, dei videofonini e degli abbonamenti tv. L’odore insistente delle stigghiola viene appena smorzato da quello acre del sugo che la madre sta preparando di là in cucina. Dopo pranzo lo aspetta il lavoro, il terzo giorno del suo nuovo lavoro.
Vitaliano sorride dietro il vetro della finestra socchiusa, sorride di soddisfazione. Pensa al suo nuovo lavoro ed è fiero di sé, di come sa dare ai clienti informazioni dettagliate con la sincerità di un amico, di come rispetta i superiori, anzi li stima senza ostentazione, e di quanto è rispettato dai colleghi.
In strada, sotto il quinto piano del condominio di Brancaccio, i piccioni si avvicinano circospetti agli avanzi del baracchino di brace, e vespini e lapini s’incrociano rapidi. Vitaliano sorride e pensa al codice della cassa e ai ticket della mensa. Tra qualche ora inizierà il turno pomeridiano del suo terzo giorno di lavoro, quello più importante, il giorno della promozione. Al Centro di Roccella si aspettano centinaia di persone e Vitaliano è pervaso di un’autentica gioia.

Non vive questa sensazione di pienezza e aderenza alla vita da quando aveva tredici anni e suonava Mozart in modo “esemplare”, così disse il suo maestro, al saggio di violino di fine anno. Quella volta la gioia che seguì agli applausi fu indimenticabile, non l’emozione del palco, ma la sensazione di quando il piccolo Vitaliano tornò al leggio per prendere gli spartiti e rivolse lo sguardo fiero alla platea. In quel momento sentì lo stomaco riempirsi di leggerezza, della consapevolezza di essere parte di un gruppo, parte integrante della classe e della scuola e della borgata. Consapevolezza che però durò poco, sostituita subito dal solito senso di alienazione e distanza dai suoi compagni e dai borgatari, gente arrogante, capace di spaccarsi la faccia per una taliata di troppo.
E adesso, davanti alla plastica che piroetta in aria e al fumo di stigghiola che sembra salire dalle ciminiere del traghetto dello Stretto, Vitaliano è pervaso dalla stessa leggerezza del saggio di fine anno e gli pare di risentire le note del violino e allarga lo stesso sorriso sornione.

Ma la musica non ha pagato, nonostante l’orecchio assoluto, la tecnica impeccabile col violino, la disinvoltura alla chitarra e al basso. Anzi pagava troppo poco e quando voleva lei. Da anni Vitaliano ha lasciato il conservatorio, riservato a chi può studiare la musica, e ha provato a campare con la musica. Ci aveva provato anche a Roma, nell’orchestra del teatro dove lavorava la cugina. Ma anche lì i soldi erano pochi e arrivavano ogni tre mesi, mentre la padrona di casa non lasciava passare il tre di ogni mese senza sollecitare la mesata.
E così Caronte, il traghetto lurido e sbuffante dello Stretto, aveva attraversato ancora quello sfavillante braccio di mare, lo Scill’e Cariddi che pare oceano, e lo aveva riportato nella sua terra. E qui Vitaliano aveva iniziato a suonare con una banda alle processioni, con un’orchestra ai matrimoni, con un quintetto barocco in chiesa e con una band heavy metal alle feste dell’Unità, senza riuscire a racimolare i soldi per lasciare quell’odioso condominio di Brancaccio. Odioso non per colpa della madre o della sorella, ma odioso in quanto cubo di cemento scolorito nel mezzo della periferia più scolorita e cagnola della città, una borgata di straccivendoli, ambulanti e lavoratori socialmente utili, dove i palazzi inghiottono antichi castelli arabi e giardini di palme, e dove i più non hanno la quinta elementare ma almeno un cugino all’Ucciardone.
E i ragazzini urlano in continuazione, masticando e sputando per terra, e i fratelli maggiori si guardano l’un l’altro come cannibali abulici davanti all’unica preda disponibile.
“Ma il Centro di Roccella può cambiare le cose”, pensa Vitaliano alla finestra, giocherellando con la montatura degli occhiali, “il Centro porterà un po’ di civiltà e di benessere in questa terra disgraziata”. E si sente investito di una grande responsabilità perchè lui adesso è del Centro, è parte attiva di questa rivoluzione. Lavora al Centro di Roccella, travaglia per il cambiamento, la salvezza. “Magari un giorno ci vado pure a suonare, al Centro”.

“Vitaliano”, strilla la madre, “a mangiare!”. Il ragazzo inforca gli occhiali e giunge a grandi falcate in cucina. Si siede a tavola, divora tutto con appetito e commenta il telegiornale con la solita rabbia per le disgrazie del mondo, le notizie incomprensibili di politica: “Finalmente ricostruito il grande centro”, proclama con entusiasmo il giornalista, “rinasce l’Italia del miracolo economico”. Vitaliano sbuccia un’arancia, la mangia con calma, spicchio dopo spicchio, e parla alla sorella delle promozioni al centro di Roccella, dei videofonini in offerta e della possibilità di avere un mega sconto sui televisori HD, questo pomeriggio stesso, per i primi cento avventori che si presentano al suo banco. La sorella lo riempe di domande e curiosità a cui Vitaliano risponde con esuberante sicumera, il sorriso beato sulle labbra e gli occhi luccicanti dietro le lenti. In realtà a Vitaliano non importa niente dei televisori e della tecnologia, ma gli piace la precisione, la corrispondenza geometrica dei segni con le cose, questioni che ha imparato ad apprezzare quando studiava violino, questioni fondamentali per un’esecuzione esemplare.

Dopo il caffè, Vitaliano si accende una sigaretta ed entra nell’ascensore. Scende sul marciapiede infestato di sacchetti abbandonati dal vento e scatena il motorino per andare al nuovo lavoro. È il giorno della promozione e lui vuole essere pronto dietro il banco almeno mezz’ora prima dell’apertura delle danze. Percorre la strada di Brancaccio fino alla rotonda della zona industriale, quattro capannoni arrugginiti in cui Vitaliano non è mai riuscito a capire cosa si fabbrichi. Poi gira da dietro lo Sperone, le case popolari che in nulla sono diverse dalle altre tranne per il colore bianco sporco e per il fatto di essere tutte uguali, e si ritrova sulla strada nuova che porta al Centro.
Da lontano sembra un villaggio marziano disceso su quella terra tra le montagne e il mare, con pareti di vetro trasparenti, torri di acciaio e neon viola, muri obliqui di cemento e pilastri di un metallo vagamente grigio. Questa vista, per Vitaliano, è ogni volta una sorpresa, un miraggio che si fa realtà.
Varca la soglia del grande Centro di Roccella e attraversa l’immenso parcheggio che pare un lago o un vallo intorno al palazzo reale. Lega il motorino nel parcheggio riservato ai lavoratori del Centro, e sale saltellando le scale che lo portano al suo banco.
Alle 15 in punto si apriranno le porte della sala promozioni. Sono le 14.45 e al banco di Vitaliano giungono già le prime urla di impazienza. Loredana arriva di corsa dal corridoio, strillando di fare presto perché già ci sono più di cento persone dietro la saracinesca. Vitaliano non si scompone, va rapido all’impianto stereo, toglie Jenny Gonzales dal lettore e mette il cd che ha portato per le grandi occasioni: i capolavori di Mozart, magari così si rilassano un po’ là fuori.
Arrivano anche Franco e Peppe a gestire il banco e vengono chiamati due energumeni della sicurezza a incanalare il flusso di persone.
Sono le 14.55 e le urla si fanno più minacciose, qualcuno abbozza cori da stadio mentre ragazzi con capellini dorati strattonano bambini argentati, sospinti da ragazze con cinturoni di pelle e borchie e trucchi viola alla Jenny Gonzales. Dietro questa prima fila di ultras, spingono i padri, le madri, gli zii e le zie: signori panciuti che incitano gli altri con urla disumane e signore con lo sguardo perso nel vuoto e la bocca infuocata sempre aperta e petulante. La folla si fa rotulante come un fiume in piena, mandria impazzita in cui ognuno è rivale all’altro e cerca in tutti i modi di arrivare prima dell’altro e ha comunque un nemico comune: il banco della promozione, il forte da espugnare.
La prima fila forza il blocco, alza la saracinesca di peso e si fionda sul banco. Vitaliano abbozza un sorriso, ma capisce subito che c’è poco da ridere, che deve dar loro quello che vogliono, e nel minor tempo possible.
Franco e Peppe non riescono a placare l’orda che continua a ululare e ringhiare. In breve il banco è circondato come una mollica in uno stagno di pesci rossi e alle urla si aggiungono le offese, le minacce, le spinte.
Vitaliano deve alzarsi in piedi sul bancone e brandisce un bastone per allontanare quegli assatanati, che pare un domatore di circo.
Gli uomini della sicurezza alzano i manganelli e Loredana, cadaverica, continua a consegnare bollettini per il ritiro della promozione a quei mostri questuanti pronti ad aggredirla da un momento all’altro.
Quando la ragazza dice con un filo di voce che sono finiti tutti i televisori, la bolgia si placa in un istante. Un silenzio incredulo e carico di odio scende sulla folla; ognuno amplifica la sua rabbia negli occhi del suo vicino e un mugugno collettivo si alza fino a diventare grido di battaglia, grido di strazio e di lotta ancestrale.
È allora che Vitaliano viene preso alle spalle e gettato in mezzo alla scanna.

Si fa sera e la madre riceve una telefonata che la avvisa dell’incidente: Vitaliano è ricoverato, due costole fratturate e qualche graffio. La madre e la sorella si precipitano all’ospedale e trovano Vitaliano in una corsia su una barella fatiscente, la testa fasciata e la flebo. Il ragazzo ha una lesione al timpano, probabilmente perderà l’orecchio sinistro. Poco prima di Mezzanotte Vitaliano apre gli occhi, cerca gli occhiali con la mano e fa cadere un bicchiere di plastica. La madre si sveglia e lo bacia sulla fronte mentre lui scolla appena le labbra e sussurra che è stato suo l’errore, che non doveva, che ha sbagliato a dare Mozart in pasto a quelle bestie.